www.rolandofustos.it | Blog del Dr. Rolondo Füstös otorino
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PER UN BUON USO DELL’ARIA CONDIZIONATA

Si sta diffondendo anche da noi l’uso del condizionatore d’aria che apprezziamo soprattutto in queste estati di caldo torrido che ci disturbano il sonno sempre piú precocemente, con temperature piú elevate e per periodi piú lunghi. Rientrare in in auto, a casa o in ufficio, in un ambiente fresco ci fa sentire sereni e abbiamo l’impressione di riposare meglio. In realtà spesso, dopo 10-15 minuti si avverte la necessità di uscire e respirare un po’ l’aria esterna piú calda e umida. In effetti, nella maggior parte delle abitazioni e ancor piú in uffici pubblici e negozi, la temperatura dell’aria condizionata è talmente bassa che non ci si sente a proprio agio per cui viene voglia di uscire all’aperto. Tra gli indubbi vantaggi dei condizionatori va premesso che essi, sono d’aiuto agli individui che soffrono di asma e riniti allergiche, in quanto il polline e la polvere vengono filtrati attraverso il sistema. I condizionatori d’aria sono anche in grado di ridurre l’umidità asciugando e depurando l’aria che respiriamo.
Questi sistemi, peró, devono essere estremamente ben mantenuti, controllati e puliti, poiché basta pochissimo perché gli effetti favorevoli siano vanificati ed insorgano disturbi soprattutto respiratori e infettivi.
Quali sono in sintesi le conseguenze negative di un errato utilizzo del condizionatore d’aria:
1. Malattie respiratorie: quando i condizionatori d’aria non sono puliti a fondo e i filtri non vengono regolarmente cambiati, si crea un terreno di cultura favorevole allo sviluppo di diversi tipi di batteri e funghi. In particolare, questi apparecchi possono ospitare muffe nere, poiché l’umidità può accumularsi nelle bobine e nei condotti dalla condensa che si forma al passaggio dell’aria fredda. Quando questi microrganismi vengono immessi nell’aria delle nostre case, possono causare una moltitudine di patologie respiratorie, tra cui una polmonite infettiva potenzialmente fatale: la legionellosi.
Per scongiurare una tale situazione é necessario assicurarsi che le macchine siano pulite regolarmente e che il filtro sia cambiato ogni pochi mesi.
2. Stanchezza, mal di testa e malessere generale: molte persone scoprono che al termine di una giornata di lavoro, si sentono spesso più stanche del solito, accusano cefalea e un senso generale di malessere. Scoprono peró che una volta che lasciano l’edificio, i sintomi spesso si risolvono. Questa situazione, che viene definita “sindrome da edificio malato”, può essere provocata dall’aria condizionata che si respira. In uno studio pubblicato sull’International Journal of Epidemiology, le persone che lavorano negli uffici con aria condizionata centralizzata lamentano più frequentemente i sintomi di questa malattia.
Una strategia per proteggerci é quella di alzare leggermente la temperatura programmata, in modo da non avere mai sensazione di freddo e fare pause regolari per allontanarsi dall’aria troppo fresca e mantenere una temperatura corporea equilibrata.
2. L’Environmental Protection Agency (EPA) ci avverte inoltre che potremmo essere più esposti agli inquinanti all’interno che all’esterno delle case, soprattutto perché l’aria condizionata centralizzata non porta aria fresca ma fa ricircolare l’aria vecchia. Ciò significa che se ci sono muffe, polvere, peli di animali o altre persone nell’edificio hanno virus o infezioni trasmesse per via aerea, gli individui risultano più esposti.
Poiché quindi alcuni sistemi sono costruiti per isolare molto e limitare al massimo le perdite dall’esterno, é possibile favorire un personale collegamento con l’esterno aprendo leggermente una finestra.
4. La pelle tende ad essiccarsi. Più tempo trascorriamo in un ambiente climatizzato, piú la nostra cute ne soffre e si desquama superficialmente, poiché l’aria fredda e secca può causare la perdita della porzione piú esterna. Anche i capelli possono soffrire di tali effetti negativi.
Il rimedio consiste nel non dimenticare mai di cospargersi con una buona crema idratante.
5. È necessario ricorrere al medico più spesso. Studi epidemiologici hanno dimostrato che gli individui che trascorrono molto tempo in ambienti climatizzati fanno un maggior ricorso ai servizi sanitari. È stato confermato che i medici vengono interpellati prevalentemente per disturbi di naso e gola, patologie respiratorie in genere e disturbi dermatologici. Le assenze per malattia sono piú numerose tra coloro che sono esposti per lunghi periodi all’aria condizionata. Ricordiamo pertanto che per goderci un gradevole fresco anche in queste giornate estive va rispettato quanto ci viene raccomandato dagli esperti installatori e soprattutto ci si deve assicurare che gli ambienti condizionati (la camera o l’auto) siano puliti a fondo.

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acqua e esercizio fisico

L’acqua è il più importante costituente del corpo umano.
Il contenuto di acqua di vari organi varia dall’83% nel sangue a solo il 10% nel tessuto adiposo. Circa due terzi di questa acqua si trovano dentro le nostre cellule e solamente un terzo nel compartimento extracellulare (plasma e liquidi interstiziali).
L’acqua è essenziale per le nostre principali funzioni fisiologiche in quanto agisce come mezzo per consentire numerose reazioni metaboliche.
Come componente principale del sangue l’acqua trasporta nutrienti, ormoni e altri importantissimi elementi alle cellule e ne allontana i rifiuti metabolici, per consentirne l’escrezione dal corpo.
L’acqua è inoltre il solvente che aiuta l’eliminazione dei rifiuti metabolici da parte dei reni, attraverso la produzione di urina.
Essa garantisce la regolazione della temperatura corporea. È il principale costituente del sudore e, attraverso la sua evaporazione dalla superficie della pelle, aiuta a dissipare il calore corporeo in eccesso.
Il mantenimento di un corretto bilancio idrico, cioè l’equilibrio tra assunzione ed eliminazione è essenziale per una buona salute.
È tanto più essenziale in quanto non esiste un vero deposito di riserva d’acqua nel corpo: i liquidi che noi perdiamo devono essere sostituiti, infatti gli esseri umani non possono sopravvivere più di pochi giorni senza bere.
Perdiamo acqua inconsapevolmente in modo quasi continuo ogni giorno.
Cioè avviene attraverso il tratto respiratorio respirando, ma anche lungo il tratto gastro-intestinale nella produzione delle feci, inoltre attraverso la pelle con il sudore e soprattutto con il lavoro dei reni che producono urina.
Lo stile di vita e le condizioni ambientali hanno un impatto significativo sul livello individuale di perdita d’acqua, ma in media un adulto medio perde circa 2,6 litri al giorno.
Ulteriori perdite d’acqua con il sudore sono indotte dall’esercizio fisico soprattutto in un ambiente caldo che possono arrivare perdite d’acqua fino a diversi litri. Reintegriamo per fortuna facilmente tali perdite con l’assunzione di liquidi e cibo.
Quando facciamo esercizio fisico, i nostri muscoli producono calore che deve essere evacuato per mantenere costantemente al di sotto di un determinato limite la temperatura corporea.
L’acqua agisce come trasportatore di calore attraverso il sangue e come refrigerante rimuovendo il calore in eccesso con l’evaporazione del sudore sulla pelle. Le osservazioni dell’eliminazione del sudore in vari sport hanno mostrato variazioni significative nei tassi medi di sudore, a seconda del tipo e dell’intensità (allenamento o competizione) dell’attività.
Ad esempio, in un’ora d’estate, un adulto maschio mediamente allenato suda approssimativamente mezzo litro (0,4L) con il nuoto, piú del triplo giocando a calcio (1,5L), piú ancora con un’ore di tennis (1,6L) e ancora di piú praticando corsa campestre (1,8L).
Questi valori per una femmina adulta sono leggermente inferiori, ma comunque piuttosto elevati.
Il segreto per una efficiente prestazione sportiva é di essere ben idratati prima, durante e dopo l’esercizio sportivo.
La quantità di sudore perso aumenta proporzionalmente all’intensità dell’esercizio, ma anche alla temperatura e l’umidità dell’ambiente circostante.
Se i requisiti di reidratazione durante l’esercizio fisico non sono soddisfatti, il corpo può rischiare uno stato di disidratazione.
La disidratazione durante l’esercizio è particolarmente pericolosa e puó diventare drammatica. È stato dimostrato che la disidratazione aumenta sia la frequenza cardiaca che la temperatura corporea. Ad esempio, quando il volume plasmatico è ridotto a causa della perdita di liquidi, il cuore deve lavorare più velocemente per mantenere l’apporto di ossigeno e sostanze nutritive ai muscoli.
Numerosi studi, esaminati nell’American College of Sports Medicine (ACSM), mostrano che la disidratazione aumenta lo sforzo fisiologico e lo sforzo percepito per eseguire lo stesso esercizio, e che il clima caldo-umido accentua questo fenomeno. L’ACSM ritiene inoltre che una disidratazione superiore al 2% della massa corporea possa abbattere le prestazioni degli esercizi aerobici e quindi soprattutto le prestazioni di resistenza.
È questo il motivo per cui si raccomanda agli atleti non solo di garantire un’adeguata idratazione durante l’esercizio, ma anche prima e dopo, al fine di compensare le perdite d’acqua, senza aspettare che si manifesti sete.
Ma quali liquidi usare per una corretta integrazione? L’American Academy of Pediatrics ricorda ai genitori che “L’acqua è generalmente la scelta piú appropriata per l’idratazione prima, durante e dopo la maggior parte degli allenamenti o delle competizioni”
Un basso apporto di liquidi o un basso volume di urina sono responsabili di effetti negativi sulla salute, come una diminuzione della funzionalità renale, la formazione di calcoli renali, lo sviluppo di iperglicemia e altre sindromi metaboliche.
È sempre raccomandabile quindi mantenere un adeguato bilancio idrico, indipendentemente dall’età e dalla fase della vita.

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la misofonia

Certi suoni ci danno proprio molto piú fastidio di altri. Alcuni poi, anche se li sentiamo a basso volume, proprio non li possiamo sopportare! Questo si definisce: misofonia, cioè una forma di ridotta tolleranza al suono. Si ritiene possa essere un disturbo neurologico risultante da un’esperienza negativa riguardo a uno specifico suono, indipendentemente dal fatto che sia forte o debole. A differenza dell’iperacusia per la quale tutti i suoni sono generalmente insopportabilmente forti, la misofonia è specifica per un determinato suono.
Ad esempio, possono far insorgere misofonia:
I suoni prodotti con il naso (russamento, singhiozzo)
I suoni provenienti dalla bocca (sgranocchiare, mangiarsi le unghie)
Il pianto dei bambini
I suoni degli animali (cinguettio degli uccelli, gracchiare delle rane)
I suoni emessi con i movimenti del corpo (scrocchiare delle articolazioni)
I suoni ambientali (suonerie dei cellulari, ticchettio degli orologi)
Storicamente, vi è stato disaccordo riguardo alla classificazione della misofonia, non si sa infatti con precisione se si tratti di un disturbo psicologico o fisiologico. La dott.ssa Jennifer Jo Brout propone che la classificazione, la ricerca e le linee guida per il trattamento della misofonia siano affidate allo psicologo.
Il termine Misofonia è stato in realtà coniato da un otorinolaringoiatra: Pavel Jastreboff della Emory University School of Medicine che la definí “un disturbo dell’udito che coinvolge anche le aree cerebrali che elaborano l’eccitazione del sistema nervoso simpatico e la risposta emotiva”. Quando anche i ricercatori sulla salute mentale hanno cominciato a dedicarsi alle ricerche sulla misofonia, sono emersi contrasti nella classificazione.
Oggi è sufficientemente condiviso che la misofonia sia un disturbo neurofisiologico con conseguenze psicologiche. Più in particolare, gli individui con esperienza di misofonia presentano una eccessiva eccitazione del sistema nervoso autonomo accompagnata da una reattività emotiva negativa in risposta a specifici suoni.
È dimostrata l’attivazione del sistema nervoso simpatico (sudorazione, arrossamento, vasodilatazione) in risposta a stimoli uditivi.
Non esiste un trattamento ufficiale per la misofonia, un approccio multidisciplinare può essere utilizzato per aiutare i pazienti a far fronte al disturbo.
Il team che se ne occupa dovrebbe in ogni caso includere un audiologo che possa valutare la misofonia e escludere altri problemi uditivi. Gli audiologi possono anche aiutare i pazienti ad usare generatori di suoni aperti per aiutare nell’assuefazione e per mascherare i suoni disturbanti.
Psicologi e consulenti possono lavorare con coloro che soffrono di misofonia per sviluppare abilità e strategie mentali e comportamentali da mettere in atto per fronteggiare una tanto difficile situazione.
Questi operatori devono aiutare i pazienti a: comprendere il loro disturbo, ridurre l’intensità e la durata della reattività ad esso, ridurre l’ansia e il disagio emotivo che ne deriva, mantenere uno stile di vita e un programma di sonno sani, ridurre le tensioni familiari legate alla misofonia.
Oltre ai contributi clinici di audiologi e psicologi, i terapisti occupazionali possono collaborare a distinguere la misofonia dai più generali disturbi dell’elaborazione sensoriale. Neurologi e medici di famiglia vanno coinvolti allo scopo di escludere altri problemi di base che potrebbero contribuire ai sintomi di misofonia.

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La protesi acustica che legge i nostri pensieri

Milioni di persone faticano a comunicare in ambienti rumorosi, in particolare gli anziani. Il 7% della popolazione europea è classificato come ipoudente. Gli apparecchi acustici possono efficacemente gestire una semplice perdita di sensibilità uditiva, ma non ripristinano la capacità di sentire come quando eravamo giovani, in grado di cogliere una debole voce tra molte persone che parlano simultaneamente. Questa é una prerogativa fondamentale e necessaria per una comunicazione sociale efficace. L’elaborazione del segnale acustico con una protesi acustica può migliorare qualsiasi sorgente rispetto ai suoni circostanti, ma come fa il dispositivo a sapere quale fonte migliorare? Amplificare i rumori di fondo e nascondere quello che vorremmo veramente sentire ovviamente sarebbe disastroso. Un sano sistema uditivo è in grado di fare la scelta giusta, grazie al fatto che tutte le fasi di elaborazione dall’orecchio al cervello sono sotto il controllo dell’attenzione del soggetto. Un dispositivo esterno al cervello come la protesi acustica non ha questo controllo.
Si cerca sempre di migliorare questo problema, anche con soluzioni tecniche all’avanguardia. I microfoni direzionali sugli apparecchi acustici di solito puntano dritto verso avanti, quindi l’utente può concentrarsi su un bersaglio orientando la testa. Lo schema direzionale può essere commutato tra direzionale e omnidirezionale, manualmente (un interruttore sull’apparecchio acustico o un dispositivo portatile che lo controlla) o automaticamente sulla base del modo in cui un algoritmo interpreta la scena sonora in corso. Nessuno di questi è per del tutto soddisfacente: un utente potrebbe voler percepire suoni che provengono da un lato o da dietro, o potrebbe non desiderare di dover armeggiare con un dispositivo portatile, o potrebbe essere infastidito dal fatto che il dispositivo prende le proprie decisioni, cambiando il “regole del gioco” di propria iniziativa. L’opportunità ci viene offerta dai decisivi progressi tecnologici nel campo dell’analisi delle scene acustiche. Una sensazione molto comune dopo la mezza età è che “non possiamo capire una conversazione” in un ambiente rumoroso o riverberante (come un pub, un ristorante o un cocktail party). Una visita di uno specialista può non rivelare una severa perdita obiettiva di sensibilità: il problema non è che non possiamo sentire una voce lieve, ma piuttosto che non possiamo capire una voce anche forte in una situazione con molti rumori di fondo, quando cioè il rapporto segnale-rumore (SNR) è insufficiente.
Definiamo la voce di cui vogliamo seguire il discorso con il termine tecnico di “segnale”, mentre si definisce “rumore” tutto quello che non é necessario per comprendere ciò che ci proponiamo di ascoltare. Con l’età, soprattutto se é associata una presbiacusia, il “rumore” disturba sempre piú e il “segnale” si comprende sempre meno. Si spiega cosí come soprattutto gli apparecchi acustici ricerchino strategie e tecniche in grado di migliorare il rapporto “segnale/rumore”. Molte di queste tecniche sono in circolazione da un po’di tempo e sono giá integrate negli apparecchi acustici disponibili in commercio. Una delle piú promettenti frontiere é in fase avanzata di studio e si propone di utilizzare i segnali cerebrali (EEG) per aiutare a guidare l’hardware dell’analisi delle scene acustiche, estendendo in effetti i percorsi neurali efferenti che controllano tutte le fasi del processamento dalla corteccia alla coclea, per governare anche il dispositivo esterno. Si ottiene cosí un controllo cognitivo della protesi acustica, che diventerebbe “intelligente” e in grado di selezionare tra le varie voci di una tavolata ad esempio esclusivamente quella del nostro interlocutore amplificandocela e rendendola piú comprensibile, attenuando contemporaneamente tutti quei rumori che ci inducono in confusione. Per avere successo, vanno ancora superati importanti ostacoli tecnici, attingendo a metodi dall’elaborazione del segnale acustico e dall’apprendimento automatico mutuati dal campo delle Intelligenze artificiali. Questa è la sfida .

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Medico, cura te stesso!

Dicono che un giocatore di calcio come Platini o Pelé si presenti solo una volta nella vita. Ha abilità fuori del normale, si comporta in modo coerente con standard elevati, è mentalmente determinato e prende le giuste decisioni anche quando è sotto pressione. Ha una forte etica del lavoro, sia nell’allenamento che nel gioco, ed è in grado di adattarsi in una grande varietà di ambienti. Sebbene sia un individuo enormemente dotato, rimane comunque un giocatore di squadra, che possiede indubbie doti di leadership.
In effetti questi sono tutti attributi che vorremmo riconoscere anche nei medici cui affidiamo la nostra salute. La maggior parte dei medici è tenuta a comportarsi a livelli estremamente alti in ogni manifestazione della loro attività lavorativa. Ogni medico é consapevole delle alte aspettative del paziente e nel contempo si rende conto delle possibili conseguenze se il risultato del suo operato è insufficiente o se commette un errore. Non sorprende quindi che i medici possano essere stressati e cagionevoli di salute a causa proprio della loro attività.
I livelli di malattia nei professionisti medici sono 20-, ma per certe attività anche il 60% piú elevati rispetto alla popolazione generale, indipendentemente dalla specialità o dal livello di anzianità. Questi risultati sono confermati da tutti gli studi effettuati. Addirittura i più alti tassi di suicidio riscontrano tra coloro che esercitano l’anestesia o la psichiatria. L’Organizzazione Mondiale della Sanità si riferisce allo stress come all'”Epidemia del 21° secolo” e prevede che entro il 2020 cinque delle principali malattie di tutto il mondo saranno correlate allo stress. Questo significa che tutti noi abbiamo una possibilità su quattro di sviluppare una malattia correlata allo stress nella nostra vita.
“Ognuno di noi ha il proprio livello di stress positivo per cui il livello di pressione raggiunto ci stimola e ci esprimiamo al meglio delle nostre capacità”.
Che lo si ami o lo si rifugga, tutti abbiamo bisogno di stress nelle nostre vite. La chiave sta nel contenerlo entro certi limiti e gestirlo. Esiste una relazione diretta tra la quantità di stress che sperimentiamo e le nostre prestazioni; con troppo poco stress possiamo essere eccessivamente rilassati e poco performanti, con troppa tensione possiamo sentirci schiacciati e rischiare malattie e burnout.
Ognuno di noi ha il proprio livello di stress “ottimale” in cui il livello di pressione a cui arriviamo ci attiva e ci esprimiamo al meglio delle nostre capacità. Questo puó essere definito: essere “nella zona”, come l’atleta prima di una gara o noi stessi prima di una scadenza o di una prestazione.
Oggi abbiamo le prove concrete del legame tra tensioni e malattia. Lo stress infatti é correlato all’ansia e al panico, alla fatica e al burnout, ai disturbi dell’umore e al suicidio. Anche le forme per lo più genetiche o ereditarie di molte malattie mentali come il disturbo bipolare dell’umore e la schizofrenia possono essere precipitati e aggravati dallo stress.
Sono dimostrabili i collegamenti tra stress e malattie fisiche, in particolare malattie cardiache, ipertensione, attacchi cardiaci, obesità, malattie gastrointestinali, disturbi infiammatori dell’intestino, delle articolazioni e della pelle. Anche alcuni tumori possono essere favoriti o aggravati dallo stress. Recentemente, è stato collegato all’invecchiamento precoce e all’atrofia dell’encefalo. Lo stress porta frequentemente all’aumento dell’assunzione di alcol, al consumo di altre sostanze e alla dipendenza dal fumo, nonché al rischio di incidenti e questi aumentano enormemente i rischi per la salute.
“Gestire lo stress dipende da noi, ma esistono tecniche che si possono apprendere.”
I nostri atenei, gli enti di formazione e luoghi di lavoro sono tutti consapevoli dell’importanza di gestire la salute del medico e stanno sempre più mettendo in campo iniziative di salute e benessere, ma c’è ancora molto che possiamo fare a livello personale per gestire la nostra salute e la nostra capacità di recupero.
Difficoltà di addormentamento, astenia, stanchezza, mancanza di entusiasmo, rallentamento dei processi decisionali e di concentrazione frequentemente associati a irritabilità sono spesso i primi segni.
È importante avere consapevolezza del nostro stress e percepire i segnali di allarme quando oltrepassiamo una pressione eccessiva. Lo stress funziona a nostro vantaggio purché siamo in grado di non oltrepassare quella tensione sufficiente per portare a termine il lavoro, ma poi prenderci il tempo per recuperare e ricostituire le nostre riserve in vista della prossima situazione impegnativa. Ancora una volta, l’esempio deve essere l’atleta che calcola il tempo per il recupero tra le prestazioni in gara.
L’approccio raccomandato per la gestione dello stress è quello di assumere uno stile di vita e abitudini salutari oltre all’auto-aiuto come primo passo. Qualora fosse necessario, il trattamento che può essere utile è la terapia cognitivo-comportamentale che considera i tratti del pensiero e della personalità. Un trattamento farmacologico va intrapreso nel caso il problema persistesse nonostante questi input. Il farmaco usato è solitamente scelto nella grande famiglia degli antidepressivi o modulatori dell’umore che aiutano anche a combattere l’ansia, non creano assuefazione e non hanno effetti sedativi.
Nel nostro smartphone possiamo portare sempre con noi alcune app studiate per aiutarci con brevi pause guidate al rilassamento e alla meditazione. L’app Headspace ad esempio è una buona risorsa, ma online se ne trovano anche altre come Buddhify e Smiling Mind. Su www.futurelearn.com si possono inoltre seguire percorsi di gestione dello stress online anche gratuitamente.
Lavorare in ambito sanitario, essere costantemente esposto al pubblico, gestire a lungo alti livelli di responsabilità e rischi di ripercussioni pubbliche degli errori è enormemente gratificante, ma altrettanto stressante.

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La vita è come uno specchio: ti sorride se la guardi sorridendo. (Jim Morrison)

“Ci vogliono settantadue muscoli per fare il broncio ma solo dodici per sorridere. Provaci per una volta!” scrive Mordecai Richler, il famoso autore de “la versione di Barney”.
Quando vivi una situazione positiva, per esempio se vedi un amico che non hai incontrato da molto tempo, si attivano molti segnali neuronali che viaggiano dalla corteccia cerebrale al tronco cerebrale (la parte più antica del nostro cervello). Da lì, i nervi cranici portano il segnale verso i muscoli responsabili della mimica del viso che si apre in un sorriso. Ma questo é solamente l’inizio. Una volta che i muscoli responsabili del sorriso sul nostro viso si contraggono, si attiva un ciclo di feedback positivo che risale al cervello e rafforza la nostra sensazione di gioia. Per dirla in modo più sintetico: “Sorridere stimola i meccanismi di ricompensa del nostro cervello in un modo che nessuna altra gratificazione riesce ad eguagliare”. In altre parole: il nostro cervello si sente bene e ci dice di sorridere, noi sorridiamo e confermiamo al nostro cervello che stiamo bene e così via.
Ecco perché in una recente ricerca scienziati inglesi hanno concluso “che sorridere può essere gratificante come ricevere fino a 16.000 sterline in contanti”.
Sono molti i muscoli che attivano la mimica, cioè sono responsabili delle espressioni e dell’aspetto del nostro volto, ma ogni volta che sorridiamo, ci sono 2 principali muscoli che attiviamo. Il primo è il muscolo zigomatico maggiore che solleva gli angoli della bocca. Ogni volta che questo muscolo si contrae, non otteniamo in realtà un “vero” sorriso. Gli scienziati lo chiamano sorriso “sociale”. Un secondo muscolo, si attiva per dimostrare sincerità: è l’ obicularis oculi e circonda la nostra cavità oculare.
Il nostro cervello è in grado di distinguere molto facilmente tra un sorriso reale e uno falso. Un ricercatore, il Dr. Niedenthal, sostiene che ci sono 3 modi in cui possiamo farlo:
Il nostro cervello inconsapevolmente confronta la geometria del volto di chi ci sta davanti con un sorriso standard oppure ci immedesimiamo nella situazione e giudichiamo se ci si aspetta un sorriso. Ma soprattutto: mimiamo automaticamente il sorriso, e questo é il sistema piú potente per rivelarci se quello che abbiamo di fronte a noi se è falso o reale. Se è reale, infatti il nostro cervello attiverà le stesse aree di chi ci sorride e possiamo percepire e condividere la sua sincerità.
Niedenthal ha soprattutto sperimentato quanto sia importante riuscire a imitare i sorrisi e se possiamo ancora distinguere i sorrisi genuini da quelli falsi: ha chiesto ai suoi studenti di mettere una matita tra le labbra. Questa semplice azione ha impedito di riprodurre un sorriso. Incapaci pertanto di imitare le facce che vedevano, gli studenti trovavano molto più difficile dire quali erano i sorrisi sinceri e quali quelli di circostanza.
Questo confermerebbe la tesi che non potendo provarlo su noi stessi, siamo quasi incapaci di distinguere un sorriso falso o reale. Sorridere riesce in conclusione a orientare positivamente la nostra mente e il nostro cervello.
È infatti il nostro cervello che memorizza e tiene traccia dei nostri sorrisi, un po’ come un “segnapunti del sorriso”. Sa bene quante volte hai sorriso e qual è lo stato emotivo generale in cui ti trovi.
Studi recenti confermano che sorridere riduce lo stress fisico e mentale, quasi come con un bel sonno riposante. Sorridere aiuta inoltre a generare nuove emozioni positive. Ecco perché spesso ci sentiamo più felici assieme ai bambini: proprio perché essi sorridono di più. In media, lo fanno 400 volte al giorno. Mentre le persone felici sorridono ancora 40-50 volte al giorno, la media di noi lo fa solo 20 volte.
Matthew Hertenstein, professore di psicologia alla DePauw University, ha studiato le foto degli annuari scolastici che ritraggono tutti gli allievi, ha documentato una correlazione certa tra la intensitá con cui le persone sorridevano al fotografo e la probabilità di avere una vita affettiva complicata e subire un divorzio. “Quelli che sorridevano meno, rispetto a quelli che sorridevano di più, avevano in realtà una probabilità cinque volte maggiore di divorziare”, ha detto Hertenstein. Questo autore analizzando le fotografie scattate per il sito della squadra, da giocatori di pallacanestro si spinge ancora oltre affermando che i giocatori che hanno rivolto un sorriso di maggiore intensità al fotografo, avevano circa la metà delle probabilità di morire precocemente rispetto a quelli che sorridevano solo parzialmente o per niente. Quelli che mostravano un sorriso poco convinto vivevano più a lungo di quelli che non sorridevano affatto, ma non tanto quanto i loro compagni di squadra sinceramente sorridenti.
Il sorriso è “il simbolo che è stato valutato con il più alto contenuto emotivo positivo”, ci dice lo scienziato Andrew Newberg.
Ma soprattutto non dimentichiamo mai che il sorriso può essere esercitato e addirittura imparato. O per dirla più precisamente, re-imparato. Molti di noi con il passare del tempo, purtroppo, dimenticano il modo di sorridere sinceramente, e tutti in realtá adottiamo sempre più frequentemente sorrisi “sociali”.
Sorridere è quindi più di una semplice contrazione dei muscoli del viso. In effetti, “Non sapremo mai tutto il bene che un sorriso semplice può fare”, diceva Madre Teresa e arriva probabilmente certamente molto più lontano di quanto possiamo immaginare.

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Quanto chiasso, non ne posso piú

Negli ambienti particolarmente rumorosi, è frequente vedere bambini che, evidentemente disturbati dai suoni eccessivi, si tengono le mani sulle orecchie. Nella maggior parte dei casi, questo atteggiamento continua fino a quando il rumore non cessa. Per alcuni bambini peró, la reazione a suoni forti può arrivare a provocare addirittura stati di angoscia fino ad attacchi di panico che possono durare per un tempo considerevole anche dopo la cessazione del suono fastidioso. Tra il 3,2% e il 17,1% dei bambini può manifestare questo atteggiamento. Quelli che soffrono maggiormente di questa situazione che si definisce “iperacusia” sono i bambini in età prescolare e ancora di più quelli con difficoltà di sviluppo, compreso il disturbo dello spettro autistico. I più fastidiosi sono i suoni improvvisi, inattesi, prolungati, su cui il bambino non può influire.
Tra questi, molti sono i suoni quotidiani come gli aspirapolvere, altri bambini che urlano o giocano, sirene e allarmi. Possono esserci diversi meccanismi alla base dell’iperacusia nei bambini. Nei bambini piccoli, la maturazione del sistema uditivo ancora non completata, comporta l’utilizzo di percorsi uditivi non classici. I suoni forti infatti, molto piú che nell’adulto, si proiettano verso aree non uditive del cervello, ad es. il sistema limbico e l’amigdala, responsabili della componente emozionale delle nostre reazioni. Ciò può spiegare il livello di disagio che alcuni bambini sperimentano e la reazione di “fuga o lotta” fino alla risposta di panico.
Alcuni bambini con sviluppo normale, ma piú di frequente quelli con disturbi dello sviluppo e dell’apprendimento, sembrano avere una aumentata sensibilità sensoriale, che li porta ad una risposta comportamentale esagerata alla stimolazione sensoriale, soprattutto quella uditiva. Sembra che questi bambini abbiano spesso una reattività sensoriale esaltata con una significativa difficoltà nel filtraggio uditivo. Un supermercato o una festa di compleanno con i suoi molteplici input sensoriali (visioni, suoni e odori) può portare a un “sovraccarico sensoriale” in cui il bambino si sente sopraffatto e può diventare angosciato o entrare in un ‘cortocircuito’. L’ansia stessa può contribuire ad aumentare la percezione uditiva e, a sua volta, ad aumentare la vigilanza, esacerbando l’iperacusia.
Quindi, come medici, cosa facciamo quando vediamo nel nostro ambulatorio un bambino con una tale sensibilità ai suoni? È importante fare una anamnesi approfondita e la valutazione audiologica appropriata deve essere eseguita con un’adeguata impostazione pediatrica.
Il primo passo dovrebbe essere quello di fornire una spiegazione chiara dell’iperacusia per aiutare il bambino a capire perché alcune cose devono essere forti. Per i bambini piccoli, può essere utile coinvolgerli in attività in presenza di suoni. Può essere molto utile favorire il “controllo sui suoni”, come suonare campanelli o iniziare lo studio della musica.
Individuare i modi in cui il bambino può rilassarsi è importante ed è la chiave per il successo di tutte le strategie di gestione. Una volta che si raggiunge la sicurezza che il bambino e la famiglia capiscono come iniziare a gestire la loro ansia, è possibile incoraggiarli a sperimentare anche i suoni che non amano. Questo dovrebbe essere fatto con un approccio delicato, passo dopo passo, iniziando con un suono minimamente fastidioso per stimolare la fiducia. È certamente efficace lasciare un suono soffuso di sottofondo per ridurre il contrasto del volume tra i suoni, in maniera da rendere il suono fastidioso meno evidente. Ciò aiuta il cervello ad abituarsi ai suoni e riduce la tendenza a ricercare o anticipare i suoni che poi causano angoscia. C’è una varietà di attrezzature a disposizione, incluse app, in grado di riprodurre suoni rilassanti o ambientali. Alcuni bambini potrebbero scoprire che l’ascolto di musica a basso volume con gli auricolari li aiuta. Viceversa, l’uso di tappi per le orecchie può sensibilizzare ulteriormente il sistema uditivo provocando privazione uditiva. È importante ridurne gradualmente l’uso per portare l’ansia al minimo.
Qualunque siano le strategie scelte per aiutare un bambino a gestire l’iperacusia, è importante che egli stesso sia coinvolto in questa scelta, se possibile, e che tutti coloro che lo sostengono siano collaboranti nel seguire i consigli dello specialista. Ciò contribuirà a ridurre al minimo il disagio associato all’iperacusia e a ridurne l’impatto.
Non si può sbagliare molto se si seguono i consigli di Mary Poppins: “In ogni lavoro che deve essere fatto, c’è un elemento di divertimento. Trova il divertimento, e – SNAP – il lavoro è un gioco.”

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Quante emozioni nella tua voce!

Quante volte, semplicemente chiedendo ad un amico se vuole uscire con noi per una pizza, in un semplice “si” riusciamo a percepire nella sua risposta stanchezza, gioia, rabbia o altri sentimenti. Un recente studio, pubblicato da di Michael Kraus della Yale University School of Management ha rilevato che il nostro senso dell’udito può essere persino più forte della nostra vista, quando si tratta di rilevare con precisione le emozioni di chi ci sta di fronte. Kraus ha dimostrato che siamo più precisi quando ascoltiamo la voce di qualcuno rispetto a quando guardiamo solo le sue espressioni facciali, o vediamo la faccia e ascoltiamo la voce. In altre parole, siamo in grado di percepire lo stato emotivo di qualcuno meglio al telefono che di persona.
In una serie di esperimenti, Kraus ha verificato che tutti noi siamo più precisi nell’identificare le emozioni degli altri quando sentiamo solo le voci (rispetto a quando guardiamo le espressioni facciali con o senza il messaggio vocale).
Infatti la voce, specialmente quando è l’unica indicazione, è la modalità empatica più potente. Quando ascoltiamo solo la voce, aumenta la nostra attenzione per le sottigliezze del suo tono, delle sue inflessioni. Ci concentriamo maggiormente sulle sfumature che percepiamo nel modo in cui i nostri interlocutori esprimono i loro pensieri.
Quando si parla con qualcuno al telefono, ad esempio, siamo particolarmente sensibili e notiamo se l’interlocutore respira velocemente o sembra nervoso, oppure se il suo linguaggio è monotono e suona male o semplicemente é stanco. Ugualmente, é possibile facilmente rilevare l’entusiasmo e l’eccitazione quando qualcuno ci parla in modo rapido e acuto.
Quindi, è possibile migliorare l’interpretazione delle emozioni nelle voci dei nostri interlocutori?
Uno studio sulle grida infantili ha messo in evidenza come genitori con più raffinata formazione musicale si sono dimostrati più bravi a distinguere nel pianto dei loro figli la fame, dal dolore o dalla paura. Ma, davvero, potremmo non aver bisogno di molto allenamento. Kraus ha scoperto anche che, una volta rimossi altri input (come le espressioni facciali), la attenzione migliora naturalmente e si affida prevalentemente ai segnali vocali.
Dato che spesso cerchiamo di capire le emozioni degli altri facendo affidamento sulle espressioni dei loro volti (e, di fatto, tendiamo a sovrastimare la nostra capacità di farlo!), lo studio di Kraus è un campanello d’allarme. La voce può essere un predittore molto più affidabile del volto, soprattutto se possiamo concentrare la nostra completa attenzione ad essa.
Ma quanta informazione può trasmettere una voce? Ricerche in questo senso condotte da Emiliana Simon-Thomas e Dacher Keltner del Greater Good Science Center dimostrano che non solo rileviamo al telefono il tono emotivo di base nella voce (ad esempio, sentimenti positivi o negativi o eccitazione vs calma), ma siamo effettivamente in grado di rilevare sfumature molto piú fini. Possiamo distinguere la rabbia dalla paura e dalla tristezza; stupore da compassione, interesse e imbarazzo. Molte delle “esplosioni vocali” che caratterizzano alcune emozioni, dall’ahhh! di spavento per l’ ahhh del piacere – si esprimono differentemente nelle diverse le culture.
La capacità umana di percepire le sfumature nelle voci è quindi estremamente sofisticata. In effetti, il riconoscimento delle emozioni vocali avviene in una regione del cervello diversa da quella del riconoscimento facciale delle emozioni stesse, e la Risonanza Magnetica (MRT) lo comprova. Quando due persone parlano e si comprendono veramente, la stessa MRT suggestivamente ci fa vedere che accade qualcosa di molto spettacolare: i due cervelli si sincronizzano letteralmente. È come se entrassero in risonanza, come in una danza, l’attività cerebrale dell’ascoltatore rispecchia e si sovrappone a quella del parlante.
Questo è il tipo di comunicazione a cui tutti dovremmo mirare e che può portare non solo a relazioni migliori, ma soprattutto a una maggiore empatia.
Nella moderna comunicazione che si basa su SMS, WhatsApp, Facebook, si fa largo uso di emoticon per supplire alle scarse informazioni empatiche di un messaggio scritto, ma con risultati molto grossolani.
Soprattutto quando abbiamo una conversazione difficile che richiede molta empatia, dovremmo quindi optare per una telefonata, e se vogliamo utilizzare le nuove tecnologie eventualmente scegliere FaceTime o Skype.

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Disarma i batteri e combattili con le loro stesse armi

Al microbiologo neozelandese John Tagg, non è mai andata giù che lo streptococco che colpí le sue tonsille e con le sue tossine gli provocó severi danni cardiaci avesse infierito proprio su di lui. Si impegnò quindi a studiare perché tra tutti i germi che ospitiamo nella nostra bocca si fosse infilato prepotentemente proprio uno tra i più pericolosi. Si mise a raccogliere e analizzare per anni la flora che cresce nel nostro cavo orale e gli equilibri che determinano le proporzioni tra i vari batteri, ma anche tra questi e i virus e i vari miceti. Tagg aveva dovuto assumere antibiotici per diversi anni e voleva sapere come questi farmaci influenzano i normali rapporti tra i microorganismi che vivono al nostro interno. Negli anni ’80 , confrontando vari tipi di streptococchi raccolti dalle bocche di un grande numero di bambini, scoprí che un certo tipo di Streptococco alfa emolitico produceva delle sostanze antibiotiche efficaci contro lo Streptococco beta-emolitico del gruppo A, proprio quello che a lui aveva causato un sacco di problemi. Chiamó queste sostanze: batteriocine. Si tratta di proteine che rilasciate dal batterio impediscono l’attecchirsi e il proliferare degli altri batteri tutt’intorno, esattamente come un antibiotico naturale. Nella nostra bocca, tutti noi portiamo lo Streptococco salivarius, un bacillo “buono” in grado di produrre queste sostanze e proteggerci dai batteri che causano le infezioni. Si tratta di un germe presente solo nella bocca di noi umani e che produce le batteriocine mirate sulla cosiddetta “triade infernale”, cioè quel gruppo di patogeni responsabile del maggior numero di infezioni delle vie aeree superiori, per cui la sua presenza si dimostra particolarmente preziosa, prevenendo faringotonsilliti e otiti.
Il potere del Salivarius é stato riconosciuto al punto che negli Stati Uniti si commercializza anche in forma di cewingum. L’infettivologo De Marchi spiega che: “per essere efficace il ceppo deve essere vivo e vitale: dunque va conservato in frigo e somministrato alla sera, dopo aver mangiato e lavato i denti. In molti soggetti, dal terzo/quarto giorno di terapia, questo salivarius è in grado di “colonizzare” il cavo orale producendo le sue due batteriocine e togliendo spazio agli streptococchi “cattivi”». Sono stati fatti diversi studi ed altri sono attualmente in corso e si sono dimostrati molto incoraggianti. «Nei soggetti con storia di faringotonsilliti streptococciche si è vista una riduzione degli episodi tra l’85 e il 97% – spiega ancora Boccazzi – e una volta interrotta la terapia c’è un “effetto trascinamento” per i sei mesi successivi con riduzione degli episodi del 60%. Durante la terapia si è notata anche una riduzione delle tonsilliti di origine virale del 60%, mentre per le otiti la diminuzione è risultata del 40%». Finora non si sono mai verificate quelle che potrebbero essere delle conseguenze negative della presenza dei batteri nel nostro cavo orale e cioè il Salivarius non ha mai provocato infezioni, non ha mai sviluppato resistenze agli antibiotici che in qualche modo sarebbero potute essere trasferite ai batteri “pericolosi”, inoltre non sopravvive in qualunque altro punto dell’organismo che non sia la mucosa della bocca.
Questo vantaggio si sfrutta anche per la azione del Salivarius nella protezione dalla carie dentaria. «Si tratta di batteri depotenziati, una sorta di vaccino che aiuta a creare delle difese immunitarie – spiega Gaia Lisa Vinciguerra, odontoiatra specialista in Ortognatodonzia all’Università degli studi di Pavia -. Il salivarius M18 svolge tre azioni, grazie ad alcuni enzimi: si oppone alla crescita dello Streptococcus mutans (che causa la carie), si oppone alla crescita della placca ed evita che dentro la bocca si formi un ambiente acido che facilita la formazione di tartaro e gengiviti.

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mmm….. che alito!

L’alitosi, sinonimo di alito cattivo o anche cattivo odore dalla bocca è una situazione imbarazzante e spesso socialmente inaccettabile. L’alitosi cronica è qualcosa che le mentine, il collutorio o una buona spazzolatura non sono in grado di risolvere. A differenza del l’”alito del mattino” o di un forte odore che persiste dopo qualche boccone di tonno e cipolla, l’alitosi si presenta e si protrae per un lungo periodo di tempo ed inoltre può essere un sintomo di qualcosa di più grave. L’autodiagnosi è difficile in quanto non è possibile percepire facilmente un odore nel proprio respiro. Coloro che soffrono di alitosi ne sono molto spesso inconsapevoli, fino a quando non vengono informati da amici o parenti.
L’alitosi è causata principalmente da quantità eccessive di composti di zolfo volatili, prodotti dallo sviluppo di batteri in bocca. La quantità di tali composti nel respiro di una persona può variare notevolmente durante il giorno ed è influenzata da fattori come il tipo di alimentazione, lo stato dell’ igiene orale, il sonno e l’effetto che queste attività hanno sul flusso della saliva. Molti studi hanno dimostrato che fino al 50% degli adulti presenta nell’alito odori sgradevoli al mattino presto, prima della colazione o della pulizia dei denti. La ragione di ciò è dovuta al fatto che nella cavità orale sia favorito lo sviluppo di batteri, come un’incubatrice durante il sonno, quando si riduce il flusso di saliva. Le persone che maggiormente ne soffrono sono coloro che a causa di una malattia parodontale mostrano una particolare intensità dell’odore. Questa situazione é favorita dal ristagno della saliva e dei microrganismi nelle tasche parodontali. Vi é poi un notevole numero di malattie sistemiche e condizioni come il diabete mellito, l’insufficienza renale cronica e la cirrosi epatica che possono anch’esse causare odori particolarmente sgradevoli nel nostro alito.
Si sta cercando di sviluppare di un sistema affidabile che sia in grado di misurare il livello di composti di zolfo volatili nel respiro e rivelarci quindi come viene percepito il nostro alito. Questa tecnologia sta facendo rapidi progressi, anche se oggi il costo di un sistema affidabile rimane eccessivo per una sua diffusione.
Alcuni odori come il fumo di tabacco e alcuni cibi o bevande (ad es. aglio, cipolle, caffè, alcool) che si percepiscono nel respiro sono in realtà
prodotti nei polmoni piuttosto che nella bocca stessa.
Per combattere questa spiacevole situazione siamo in possesso di numerose strategie. I prodotti per l’igiene orale e il controllo della placca per il controllo della carie dentale e della malattia parodontale aiutano notevolmente nel prevenire, controllare e mascherare l’alitosi. Anche il trattamento parodontale si dimostra in grado di ridurre al minimo l’alitosi. La maggior parte degli studi sui composti volatili dello zolfo si concentra sugli effetti che i collutori disponibili in commercio hanno sulla riduzione dell’alitosi. La riduzione dell’odore della bocca è proporzionale all’attività antimicrobica del collutorio. Alcuni farmaci, tuttavia, mascherano l’alitosi piuttosto che affrontare la causa del problema alla radice. Spazzolare con regolarità i denti, mangiare, masticare lentamente e a lungo pulire la lingua se necessario con uno spazzolino o dispositivi specifici possono essere efficaci nel riportare l’alitosi orale ad un livello accettabile, sebbene il loro effetto non sia duraturo quanto l’effetto degli sciacqui antimicrobici.

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CHE MALE VUOI CHE FACCIA UNA SIGARETTA!

È ormai patrimonio comune che il fumo di sigaretta rappresenta uno dei fattori accertati di rischio di tumori del tratto respiratorio e digestivo superiore. Non ci sono state peraltro in passato indicazioni certe sul numero di sigarette in grado di provocare questo cancro evitabile. Nel 2016 però è stato pubblicata una accuratissima analisi delle ricerche pubblicate, che hanno riportato stime quantitative del rapporto diretto tra il fumo di sigaretta e il conseguente rischio che si sviluppino tumori laringei.
L’indagine ha confrontato i risultati di 30 ampi studi scientifici svolti in diverse parti del mondo. La correlazione fra fumo di sigaretta e tumori laringei è risultata pari ad un fattore di 7,01. Il moltiplicarsi della probabilità e quindi del rischio permane elevato anche nei primi 15 anni dopo la cessazione del fumo, solo successivamente tende a ridursi e comunque lentamente. I soggetti che hanno fumato almeno 30 sigarette al giorno presentano quindi un rischio di tumore laringeo aumentato di oltre 7 volte, e coloro che hanno fumato per 40 anni presentano un rischio 5 volte superiore rispetto alla popolazione generale.
Preoccupati, i pazienti fumatori mi chiedono sovente: al di sotto di quante sigarette al giorno non si corrono rischi?
Non esiste una soglia di sicurezza assoluta, proprio perché le conseguenze tendono ad accumularsi nel tempo. Per questo, negli studi che indagano il legame del fumo con le varie malattie, si è accettato di utilizzare come unità di misura il “pacchetto-anno”, un criterio che tiene conto del numero di sigarette fumate in media ogni giorno, ma anche della durata del periodo di esposizione. Ciò significa che approssimativamente fumare mezzo pacchetto al giorno per due anni equivale a fumarne uno intero per un anno.
Va anche sfatato il mito che condurre una vita per altri versi sana, come mangiare molta frutta e verdura o svolgere una regolare attività fisica possa bastare a compensare il vizio del fumo.
Si tratta certamente di fattori utilissimi per nostro benessere e per prevenire numerose malattie, ma in assoluto non in grado di controbilanciare il danno del fumo di sigaretta.

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sordomuto o non udente?

“Le moderne protesi acustiche e l’avvento degli impianti cocleari stanno cambiando il modo in cui gli udenti concepiscono i problemi della sordità. Hanno anche portato molte persone sorde, genitori e clinici a interrogarsi su quale possa essere il ruolo delle lingue dei segni in quest’epoca di tecnologie per l’udito senza precedenti.” scrive Francesco Pavani del Centro Interdipartimentale Mente e cervello dell’Università di Trento.
Si parla di LIS, la lingua dei segni che vediamo usare talvolta dalle persone non udenti. In realtà ne vediamo sempre meno nelle nostre strade e nei luoghi pubblici. Come mai? sono spariti i sordi o si sono sviluppate nuove strategie di comunicazione tra loro e con loro? “Lo sviluppo costante delle tecnologie e biotecnologie per l’udito avanza quasi giornalmente i confini del recupero acustico possibile nella persona sorda, alimentando le speranze di chi vorrebbe vedere risolto il problema della sordità attraverso un dispositivo tecnologico.” prosegue Pavani. Protesi acustiche sempre piú efficaci e impianti cocleari precocissimi sono in grado di far ottenere ai bambini ipoacusici prestazioni comunicative molto simili ai coetanei udenti nella produzione di parole e consentono un notevole passo avanti nella competenza linguistica. Per la lingua dei segni rimane uno spazio molto ridotto rispetto a un passato anche relativamente recente.
La vita di Andrea, sordo alla nascita avrebbe potuto essere diversa e costretto alla comunicazione con segni, con tutti i relativi limiti. A 23 mesi la sua storia ha avuto una svolta con un impianto cocleare. « Io non ho problemi – racconta Andrea – riesco a parlare con gli altri e non ho mai imparato la LIS, la lingua dei segni. All’inizio qualche bambino mi prendeva in giro perché a volte non capivo, ma sono stati episodi che non hanno avuto un grosso impatto nella mia vita. Ora, magari, incontro qualcuno che si interessa al mio impianto cocleare, mi fa molte domande: io sono sempre contento di rispondere». Il prof. Burdo dell’Associazione Liberi di Sentire ONLUS, é tra i sostenitori dell’abbandono della LIS e le sue argomentazioni sono condivisibili: “la LIS è una lingua creata ex novo da Volterra negli anni 80, rifacendosi ai segni utilizzati dai sordomuti romani nel secolo scorso. Questo è il motivo per cui nessun sordo italiano capisce i telegiornali segnati, ad eccezione di alcuni romani (in gran parte ormai avanti con gli anni). I sordi, quando segnano, utilizzano un dialetto locale.” sostiene, e prosegue:” Oggi si utilizzano i linguaggi segnati nella didattica solo con i figli dei sordomuti e con i figli sordi di immigrati che non vogliono imparare l’italiano (!!!), oltre che con rari pazienti che, oltre ad essere sordi, hanno bisogni particolari. Si tratta di poche decine di soggetti per città.”
Il dibattito é quindi forte tra coloro che sono impegnati a far sparire la comunicazione con i segni e i sostenitori di questa “lingua” destinata a coloro che i suoni non li sentono.
Il dibattito stesso viene alla ribalta oggi perché: “Il governo dei cambiamenti ha deciso di finanziare, con 6 milioni di euro, la formazione di una nuova figura di insegnante della lingua dei segni per i sordi dimenticando che:
– in quasi tutti i paesi civili il sordomutismo è stato sconfitto;
– le scuole speciali sono state abolite in Italia dal 1977;
– la grande maggioranza dei genitori dei bimbi sordi rifiuteranno questo tipo di assistenza perché il 90% dei sordi nasce in famiglie di udenti;
– il termine “sordomutismo” è stato abolito con una legge dello stato perché oggi solo pochissimi ne sono affetti.
- La maggior parte dei sordi sono riabilitati alla comunicazione orale” sostiene Burdo che vede come l’attuale governo confermi, con questa proposta, il suo atteggiamento estremamente populista.
Certamente, se l’ottimismo verso le protesi acustiche e gli impianti cocleari è legittimo, esso va accompagnato dalla consapevolezza che anche le condizioni ideali per il buon esito dell’impianto coclearie non mettono completamente al riparo dal rischio di deficit linguistici. Soprattutto, occorre non perdere di vista il fatto che lo scopo del genitore, del clinico e della persona sorda non può essere ridotto al solo recupero della sensazione acustica, ma deve riguardare la facoltà linguistica.

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COLA IL NASO: COSA FARE?

Gli sbalzi di temperatura di questi giorni ci ricordano che con l’inverno si ripropone il fastidioso fenomeno del naso che cola. Non solo durante l’attacco influenzale, ma anche una passeggiata al fresco si conclude spesso con la goccia al naso. La strategia del fazzoletto, sempre a portata di mano, sappiamo che non é sufficiente, dovremmo lavare le mani ogni volta che ci soffiamo il naso o che le teniamo davanti alla bocca se starnutiamo. È importante sapere che alcune norme alimentari ci potrebbero essere di grande aiuto. Alcuni cibi proteggono dalle infezioni, alcuni altri ne leniscono i sintomi piú fastidiosi, altri vanno prudentemente evitati. Tra questi quello che a lungo é stato considerato un toccasana: il vin brûlé. La combinazione di zucchero e alcol è sia disidratante che infiammatoria ed è probabilmente quanto di peggio di possa ingerire se lo scopo é quello di liberare un naso chiuso. Altro alimento da evitare é la banana. Molto utile ed efficace sul tono dell’umore, questo frutto potrebbe innescare una reazione dell’ istamina in alcune persone, che aumenta la produzione di muco sulle nostre mucose. Formaggio e latticini possono analogamente aumentare la tendenza al cosiddetto “naso chiuso”.
Uno dei capisaldi del trattamento delle malattie da raffreddamento é l’idratazione abbondante, purtroppo peró il caffè si comporta come disidratante, per cui se ne sconsiglia l’uso in caso di raffreddore, potrebbe peggiorarne i sintomi e allungarne la durata.
Anche il gelato, per quanto appetibile durante il raffreddore non andrebbe assunto essendo una combinazione di latticini zuccheri, entrambe controindicati. E vanno limitati anche pizza e dolci in genere. La carne rossa favorendo la produzione di muco da parte dell’organismo andrebbe sostituita da carni bianche o proteine non animali. Si conferma efficace la vitamina C, presente nella frutta e nelle verdure crude di stagione. Particolarmente ricchi ne sono come sappiamo i kiwi, ma anche agrumi, peperoncino, peperoni, prezzemolo lattuga, broccoli e naturalmente anche le patate, per quanto la cottura inevitabile le impoverisca di questa preziosa componente.
Una ricerca pubblicata sul “Cochrane Database of Systematic Reviews” nel 2013 ha rilevato che un supplemento regolare di vitamina C nelle malattie da raffreddamento esercita un “effetto significativo nel ridurre la durata dei sintomi del raffreddore comune.” Un’altro studio, pubblicato sul “British Journal of Nutrition”, ha rivelato che una dieta ricca di kiwi riduce la durata e la gravità dei sintomi del tratto respiratorio superiore (raffreddore) nella popolazione anziana.

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quando l’olfatto se ne va

Forse non tutti sono al corrente che l’olfatto e il gusto sono collegati. Invecchiando, questi sensi possono cambiare e potremmo scoprire che certi cibi non sono più così saporiti come un tempo. I cambiamenti nell’odore o nel gusto possono peró anche essere il sintomo di una malattia. L’olfatto è un senso importante. Alcuni odori, come la colonia di tuo padre, possono aiutarti a rievocare un ricordo. Altri odori, come il fumo di un incendio, possono avvisarti del pericolo. Quando non riesci a sentire l’odore delle cose che apprezzi, come il caffè del mattino o i fiori a primavera, la vita può risultare piatta.

Invecchiando, il senso dell’olfatto tende ad affievolirsi. L’odorato è strettamente correlato al senso del gusto. Quando non si percepisce l’odore, anche il cibo può sembrare insipido. Il rischio é di perdere interesse nel mangiare. Molte patologie possono causare una perdita dell’odorato (anosmia) per un periodo transitorio. Una perdita temporanea dell’olfatto l’abbiamo sperimentata tutti in seguito a un raffreddore o influenza che provoca il naso chiuso. La capacità di sentire l’odore si recupera peró quando si sta meglio. Anche l’allergia si manifesta spesso con perdita del senso dell’olfatto.
È meglio in questi casi evitare le cose a cui si é allergici, contatti con pollini o animali domestici. Le allergie vanno sempre curate. Anche una crescita innocua (chiamata polipo) nel naso o nei seni paranasali che provoca “un naso che cola” può togliere la capacità di percepire gli odori.
Alcuni farmaci come certi antibiotici o farmaci per abbassare la pressione del sangue danno questo disturbo e dovrebbero essere sostituiti con analoghi privi di questo spiacevole effetto collaterale.
Radioterapia, chemioterapia e altri trattamenti contro il cancro influiscono negativamente sull’odorato. Il senso dell’olfatto tende però a ritornare quando il trattamento si interrompe.
Ci sono peró altre cause in grado di provocare una perdita permanente e non più reversibile dell’olfatto. Un trauma cranico, ad esempio, può danneggiare i nervi deputati a questa funzione.

A volte, perdere il senso dell’olfatto può essere il sintomo di un disturbo più grave, come il morbo di Parkinson o il morbo di Alzheimer.
Il gusto é assicurato da minuscole papille gustative nella bocca, sulla lingua, nella gola, persino sul palato. Esse ci informano sui quattro gusti fondamentali: dolce, amaro, aspro e salato. Ad essi si associano i differenti aromi che sono per l’appunto percepiti con l’olfatto.

Quando il cibo ha un sapore insipido, molte persone anziane cercano di migliorarne il gradimento aggiungendo più sale o zucchero. Questo potrebbe non essere salutare, soprattutto in presenza di ipertensione o di diabete.
Tra le cause della perdita del gusto (ageusia) troviamo quindi: farmaci, come antibiotici e pillole per abbassare il colesterolo e la pressione del sangue, che a volte possono modificare il gusto del cibo. Alcuni medicinali possono seccare la bocca (xerostomia). Avere la bocca asciutta può rendere il cibo sgradevole e spesso difficile da deglutire. Anche malattie gengivali, infezioni della bocca o problemi con la dentiera possono lasciare un cattivo gusto in bocca che cambia il sapore del cibo. Lavarsi i denti, usare il filo interdentale e non dimenticare il collutorio, può aiutare a prevenire questi problemi.
L’alcol stesso può alterare il gusto del cibo, ma anche il fumo riduce il senso del gusto. Smettere di fumare ed evitare gli alcolici rimane un consiglio sempre valido.
I rischi di una anosmia con ageusia sono in conclusione: perdita di peso, malnutrizione (mancata assunzione di calorie, proteine, carboidrati, vitamine e minerali introdotti col cibo), isolamento sociale, depressione.

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ALLA FIERA DEI MIRACOLI

Un numero sempre maggiore di pazienti si rivolge ai nostri ambulatori specialistici otorinolaringoiatrici chiedendo di avere informazioni riguardanti una nuova, miracolosa e rivoluzionaria cura, in grado di risolvere in 28 giorni tutti i problemi di udito e di evitare così il ricorso alla protesi acustica. Un centro dall’ambiziosa denominazione di “Central Hearing Institute” diffonde pubblicità, in cui un sedicente prof. Ernesto Ceccarelli, scienziato, specialista in biologia molecolare, in prima persona, molto familiarmente afferma testualmente: “vorrei presentarti il più grande successo della mia vita, per il quale ho appena ottenuto la nomina per il Premio Nobel. Ho sviluppato un metodo grazie al quale chiunque può in modo naturale e facile recuperare un udito efficiente in soli 28 giorni.”
Si tratta di una terapia con diffusione pubblicitaria molto capillare e mirata, in forma di gocce auricolari, che sarebbe stata sviluppata con tecnologie svizzere, e avrebbe degli effetti miracolosi, in grado di evitare la sordità ed la necessità di un apparecchio acustico.
Molti siti Internet che segnalano le bufale e le truffe via Internet hanno già messo in guardia da queste aspettative assolutamente illusorie e per nulla corrispondenti al vero. Si tratta infatti di una vera e propria truffa Internet e telefonica in cui viene propagandato questo prodotto. Se si va a scavare negli anfratti della rete si scopre che questo signor Ceccarelli non risulta tra gli specialisti audiologia o otorinolaringoiatria, non ha nessuna candidatura ad alcun premio (men che meno Nobel!) e se si cerca il suo volto sorridente, nei siti di lingua spagnola si presenta con il nome di Ramiro Suares, in Ukraina di Hajdu Richard, e probabilmente in altri Stati altri nomi ancora.
Le gocce auricolari tanto pubblicizzate non indicano sulla confezione di cosa sarebbero composte. Secondo alcuni siti sarebbero ottenute da oli essenziali di cocco, di argan, di fiori, di limone, di noci macadamia. Altri siti elencano tra i componenti olio di mandorle dolci, di chiodi di garofano, di salvia, di fiori di Tahiti. Difficile, se non impossibile è trovare il nome del laboratorio o di un eventuale indirizzo o un recapito per risalire a chi si occupa della produzione. È verosimile che gli oli menzionati non siano dannosi ma è assolutamente evidente che, se forse sono in grado di coadiuvare nello sciogliere il cerume, certamente non possono dare garanzie sulla loro efficacia nelle sordità di altra origine.
Il testo della pubblicità inoltre é ricco di spiegazioni che non sono affatto veritiere e non corrispondono a certezze già acclarate della scienza tradizionale. In nessun punto risulta poi una spiegazione di come questa miscela di oli (venduta a oltre 60 Euro!) riesca a ottenere effetti dove le cure tradizionali falliscono.
Una paziente che ha ordinato queste gocce scrive in un blog: “in teoria avrei dovuto spendere 67€ alla consegna, ma quando è arrivato il corriere ho dovuto sborsare 150€. La mia curiosità era tanta che volevo capire. All’interno del pacco c’è oltre all’olio portentoso, un’ informazione urgente data da un certo specialista (in non so cosa) Andrea Fiorini. Questa sembrerebbe la prima fase del trattamento, poi però per avere diciamo i risultati assicurati devi passare alla seconda e poi alla terza e ultima fase, altre due confezioni a detta dello specialista di integratori, ad un costo di 250€,..”
Nella mia ricerca non ho ritenuto a questo punto necessari ulteriori approfondimenti. Rimane valida la raccomandazione di diffidare di un “candidato al Nobel” che spaccia per miracolose delle costosissime goccioline auricolari come l’elisir di lunga vita alla fiera dei miracoli qualche secolo fa.

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UNA DIETA PER AIUTARE L’UDITO

La perdita dall’udito in Alto Adige interessa circa 50 000 persone e può avere effetti molto significativi, gravi ed onerosi sulle capacità di comunicare, arrivando spesso all’isolamento sociale ed anche al peggioramento dell’attività produttiva sul lavoro e della funzionalità cognitiva. All’Università di Harward sono stati pubblicati i dati di uno studio dei suoi ricercatori che hanno seguito quasi 82 000 donne per ben 22 anni, osservandone nello specifico le abitudini alimentari. È stato così possibile confermare lo stretto rapporto tra i fattori ambientali (la dieta innanzitutto) e l’”invecchiamento uditivo”. Questo é definito presbiacusia e si manifesta con un calo uditivo bilaterale che al primo manifestarsi interessa solamente i suoni più acuti, per estendersi col passare del tempo a tutte le frequenze udibili. La coordinatrice di questo studio, Sharon Curham sostiene: “Inaspettatamente, abbiamo osservato che quanti seguono una dieta sana hanno nel complesso un minor rischio di veder peggiorare il proprio udito, ciò significa che mangiare bene aiuta a stare bene e questo può rivelarsi utile anche per aiutarsi a sentire meglio”.
Si sono confrontate la dieta mediterranea a base di olio extravergine di oliva, cereali, legumi, verdure e pesce ed una moderata assunzione di alcol con altre diete dedicate ad un miglior controllo della pressione sanguigna e più ricche di frutta, verdure, latticini a basso contenuto di grassi e povere di sodio, ma anche diete con componenti intermedie, ma comunque più incentrate su qualità del grasso, consumo di fibre, cereali e multivitaminici.
I risultati sono stati chiarissimi: i soggetti che seguivano correttamente questi tipi di dieta hanno mostrato rischio minore anche del 30% di sviluppare un calo dell’udito rispetto alla popolazione normale. Questo dimostra che vitamine, minerali ed acidi grassi influenzano la salute dell’udito, salvaguardando l’efficienza della circolazione dell’orecchio. Conosciamo infatti la sua importanza, poiché sappiamo che questa è una circolazione di tipo terminale e non è aiutata da circoli collaterali supplementari. L’azione dei micronutrienti sullo stress ossidativo determinato dai radicali liberi, assieme all’azione protettiva diretta di alcuni nutrienti sul nevo uditivo contribuirebbe, secondo i ricercatori, a spiegare il perché questi modelli dietetici aiutano a proteggere l’udito.
Si può e si deve quindi salvaguardare la propria funzionalità uditiva iniziando fin da giovani, seguendo tra l’altro un corretto ed adeguato regime alimentare.

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IL SONNO: DIAMO I NUMERI?

Esistono soggetti che necessitano di meno ore di sonno rispetto ai coetanei, ma che, pur dormendo soltanto 4 o 5 ore per notte, si sentono bene e riposati come chi ne dorme 9. Questa è una condizione estremamente soggettiva e sta a dimostrare quanto sia importante capire il personale ritmo naturale del sonno. Imparare a conoscere le nostre esigenze significa anche evitare inutili stress, come andare a coricarsi troppo presto e non riuscire ad addormentarsi velocemente può creare il dubbio di avere un problema quando in realtà basterebbe cambiare leggermente l’orario e adeguarlo alla nostra età ed esigenza fisica. E’ importante sentirsi bene e riposati il giorno successivo, perché, se questa sensazione di benessere non dovesse accompagnarci nelle ore diurne, allora potrebbe realmente esserci un problema da risolvere. Troviamo in commercio sempre nuovi apparecchi per il monitoraggio del sonno. Sensori da applicare al corpo, dischi da inserire sotto il materasso, orologi e radiosveglie in grado di misurare non solo la durata, ma soprattutto la qualità e la profondità del sonno. Le applicazioni per smartphone che ci vogliono aiutare analizzando i nostri momenti di riposo si moltiplicano ogni giorno.  Ciò é dovuto alla maggiore attenzione che poniamo al ristoro notturno e nel contempo ci sensibilizza ad essere attenti a tutti quegli aspetti indispensabili per un sonno ristoratore. Nella pratica queste apparecchiature sono studiate per rilevare la frequenza cardiaca, respiratoria e dei movimenti notturni ed anche l’analisi precisa delle fasi del sonno. Possiamo così ottenere un diario del sonno con eventuali rilevazione dei disturbi respiratori e ottenerne una immagine grafica. Tutto ciò é reso possibile oggi, infatti del nostro sonno possiamo misurare e ottenere valori numerici che ci danno l’esatta rilevazione, l’analisi e il miglioramento delle personali abitudini notturne.

Quali sono allora i valori più significativi in grado di quantificare il periodo che dobbiamo dedicare al recupero psicofisico?

Il più riconosciuto indice in grado di dirci se un eventuale russamento può danneggiare la nostra salute si definisce: indice di apnea/ipopnea (AHI). Si tratta di un punteggio che rappresenta il numero medio di eventi di interruzione completa o parziale del respiro che si manifestano per ogni ora di sonno.  Nel sonno normale questo valore non dovrebbe superare il numero di 5 eventi per ora. 

Lo stesso valore non dovrebbe essere superato per l’indice di disturbo respiratorio (RDI). Si tratta di un indice simile al precedente, ma che tiene conto anche di brevi risvegli che costringono ad uno sforzo respiratorio e conseguente “arousal” a livello elettroencefalografico: i cosiddetti RERA.

Le apparecchiature cliniche, a differenza delle applicazioni “fai da te”,  sono in grado soprattutto di misurare esattamente il valore dell’indice di desaturazione dell’ossigeno (ODI). Questo punteggio è importantissimo, in quanto prende in considerazione il numero delle volte che l’ossigeno nel sangue scende di almeno il 4% ogni ora di sonno. Come ci si può facilmente immaginare, più l’ossigeno diminuisce, più il cuore deve faticare e rischia di sviluppare aritmie, ipertensione, insufficienza cardiaca fino al cosiddetto “cuore polmonare cronico” con aumento del rischio di infarto cardiaco, ma anche ictus cerebri e morte improvvisa. 

REM significa “Rapid Eye Movement”, e sta ad indicare il movimento rapido degli occhi che avviene durante una precisa fase notturna. Non solo i nostri occhi si muovono, ma anche il nostro corpo subisce dei cambiamenti: il battito cardiaco accelera, la pressione arteriosa aumenta, e il respiro diventa meno regolare. La fase REM del sonno è detta appunto “sonno paradosso” perché è l’unica in cui si verificano i sogni. Il nostro cervello è infatti incredibilmente attivo, come se stessimo svolgendo un’attività intellettuale. Sappiamo che l’interruzione della fase REM può provocare l’insorgenza di sintomi ansiosi, irritabilità, difficoltà di concentrazione e disturbi della memoria. Sognare, quindi, non è semplicemente un gioco, ma un’attività cognitiva fondamentale per il nostro benessere. Il risveglio brusco dalla fase REM, infatti, può causare confusione e disorientamento e addirittura allucinazioni. Addirittura, non andare nella fase REM per diversi giorni porta a disturbi psichici, allucinazioni, paranoia e disturbi della personalità.

Il fabbisogno totale di sonno e quello della fase REM sono variabili soprattutto in base all’età:

Fabbisogno totale di Sonno Di cui Sonno REM
Fino a 2 anni 12 ore e 30 minuti 3 ore
Fino a 5 anni 11 ore 2 ore 30 minuti
Fino a 9 anni 10 ore e 20 minuti 2 ore
Fino a 13 anni 10 ore 2 ore
Fino a 19 anni 8 ore e 20 minuti 2 ore
Fino a 25 anni 8 ore 2 ore
Fino a 30 anni 7 ore e 20 minuti 2 ore
Fino a 45 anni 7 ore 2 ore
Fino a 50 anni 6 ore e 20 minuti 1 ora 30 minuti
Oltre i 50 anni 6 ore 1 ora 30 minuti

L’età, e le caratteristiche psicologiche personali possono determinare l’esigenza di sonno. L’adulto, l’anziano, ma anche la persona estroversa, energica, lavoratrice instancabile, ambiziosa e sicura di sé generalmente dorme poco, mentre il soggetto che facilmente si preoccupa, insoddisfatto di sé, un po’ nevrotico, creativo tende a dormire per tempi più lunghi. Resta determinante e meno variabile la durata del sonno che deve essere garantita allo stadio REM e cioè tra il 15 ed il 30%. 

Dobbiamo essere consapevoli che dormire non è una perdita di tempo, come la società frenetica di oggi potrebbe farci credere. Per migliorare le nostre prestazioni dovremmo preoccuparci di dormire meglio, non meno. Diverse funzioni infatti vengono regolate proprio in questo indispensabile momento della nostra vita. Non godere di un sonno realmente ristoratore é da considerarsi pertanto una vera e propria malattia.

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Un recente studio ha analizzato circa 700 pazienti, presentatisi al pronto soccorso con una perforazione traumatica della membrana del timpano. Circa il 63% dei casi era costituito da giovani non ancora diciottenni e tra loro sono risultati piú esposti al rischio i bambini sotto i 6 anni.
I tipi di trauma includevano lesioni da trauma diretto (554 pazienti), lesione da esplosione (55 pazienti) e danno strumentale (32 pazienti). I taumi diretti a loro volta erano dovuti a corpi estranei, uno schiaffo o un pugno causati dal coniuge o amante nella maggior parte dei casi (52%), meno frequentemente da genitori e famigliari (3%), insegnanti scolastici (4%), compagni di scuola (12%), agenti di sicurezza (7%), e percosse per liti da traffico di strada (22%).
In numerosi pazienti erano rilevabili anche i residui dei corpi estranei nel canale auricolare e tra questi la maggior parte erano da cotton fioc. Questi diffusissimi bastoncini cotonati nacquero nel 1923 dall’idea di un americano di origine polacca che trovó il modo di produrre industrialmente i batuffoli di cotone che vedeva arrotolare dalla moglie attorno agli stuzzicadenti per pulire le orecchie ai figli. Il signor Gerstenzang, con il suo intuito sará certamente ricordato per una invenzione che ha rivoluzionato l’igiene quotidiana del 19. secolo.
Purtroppo, peró non si tratta di un sistema sicuro.
Questi bastoncini imbottiti sono stati a lungo commercializzati soprattutto come prodotto per la casa e pubblicizzati per le loro diverse applicazioni: cosmesi, attività artistiche e manuali, la pulizia della casa e la cura dei bambini. E da anni, le confezioni dei cotton fioc riportano un’avvertenza molto esplicita: “Non inserire nel canale uditivo”. Ma tutti – soprattutto chi di professione si occupa di problemi dell’apparato uditivo – sanno che molte persone, se non la maggior parte, ignorano completamente tale avvertenza.
Un articolo del Washington Post del 1990 sosteneva ironicamente che dire alle persone di “utilizzare i bastoncini solo nel padiglione auricolare esterno evitando le cavità uditive” – come suggeriscono le confezioni di cotton fioc – sia come chiedere ai fumatori di tenere una sigaretta in bocca senza accenderla.
Il cotton fioc, inoltre, oltre a essere pericoloso è anche superfluo e l’uso prolungato causa la rottura delle ciglia che trasportano verso l’esterno il cerume, provocandone l’accumulo, anzi spingendolo in profonditá. Per questo motivo, l’American Academy of Otolaryngology nelle sue linee guida del 2008 ha classificato i cotton fioc come “intervento non appropriato o dannoso”, anche nel caso in cui il cerume debba essere necessariamente rimosso dall’orecchio.
Possiamo quindi essede d’accordo con il Prof Fitzgerald di Washington quando afferma: «Se fosse per me, sarebbero tolti dal mercato», ha detto. «Quando ho in cura pazienti con problemi alle orecchie ricorrenti, mi faccio promettere che butteranno via i loro cotton fioc, e che non li ricompreranno più. I pazienti che continuano a tornare con delle infezioni alle orecchie sono quelli che non mi danno ascolto».

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ACUFENI: TRATTAMENTI COMPLEMENTARI

Qual è il ruolo della medicina complementare nella gestione dell’acufene?

Oggi, si può spaziare tra un gran numero di farmaci, integratori e terapie alternative che aiutano a far stare meglio le persone colpite. I sistemi più popolari sono: terapia respiratoria, training autogeno, biofeedback, cromoterapia, esercizio fisico, bodybuilding, idroterapia, meditazione, t’ai-chi, yoga e altri.

I trattamenti alternativi per l’acufene sono:

Agopuntura: esistono studi che mostrano che l’agopuntura non risolve il rumore dell’orecchio cronico, ma che i sintomi di accompagnamento, come l’insonnia, difficoltà di concentrazione e altri, sono influenzati positivamente e che il suono può essere alleviato. L’applicazione degli aghi ha significato nel rumore dell’orecchio cronico.

Medicina Aiurvedica: informarsi esattamente riguardo l’esperienza del medico supervisore e, soprattutto, fare riferimento ai consigli di diagnostica ayurvedica.

La  terapia con fiori di Bach: questa terapia è completamente priva di effetti collaterali, ma anche di effetti clinici dimostrabili. Un risultato positivo nel trattamento dell’acufene cronico è probabilmente dovuto all’effetto placebo e all’influenza carismatica del terapeuta.

Elettroterapia dell’orecchio: attualmente non esiste una certezza del beneficio terapeutico e quindi si dovrebbe essere molto scettici su questa procedura.

Riflessologia: il trattamento è indolore, innocuo e piacevole e può essere utile come misura complementare.

Omeopatia: l’omeopatia potrebbe essere un aiuto nel trattamento dei disturbi concomitanti del tinnito cronico. Il trattamento omeopatico come unica terapia per la risoluzione dell’acufene, tuttavia, deve essere considerato inefficace.

A seconda della complessità e dei sintomi associati, non dovrebbero essere trascurate altre misure terapeutiche come la consulenza psicologica, le terapie mediche e il retraining.

Ipnoterapia: l’ipnosi può far sì che i pazienti non sentano più i loro rumori dell’orecchio così fastidiosi. Ad esempio, il rumore dell’orecchio può essere collegato dall’ipnosi con idee piacevoli. Il rilassamento (piuttosto aspecifico) associato all’ipnosi libera dalle paure. Attraverso un’applicazione responsabile, il paziente ottiene il controllo sugli attributi negativi dell’acufene e quindi sulla libertà nella gestione di pensieri e misure positive. Come ausilio, nel contesto di un trattamento a 360 gradi, questo metodo può essere suggerito.

Kinesiologia: non può essere considerata come unica terapia. Viene usato – anche diagnosticamente – da terapeuti esperti come “strumento” nel contesto di un trattamento olistico.

Musicoterapia: nelle mani di riabilitatori esperti, la musicoterapia è altamente raccomandata, non solo nell’acufene. Magnetoterapia: ad oggi studi scientifici sul funzionamento e l’efficacia della terapia non sono ancora disponibili.

Terapia neurale: c’è chi sostiene che possa avere una certa efficacia se è applicata già nella fase acuta dell’acufene.

Osteopatia e chiropratica: l’osteopatia e la chiropratica possono ottenere risultati sorprendenti nel trattamento nei casi acuti in singoli casi. Anche un acufene cronico può essere alleviato dall’osteopatia, in parte dalla chiropratica, in molti casi. Ciò è anche favorito principalmente dall’intenso contatto tra terapeuta e paziente.

Perché sotto stress l’acufene aumenta?

Lo stress è una componente naturale delle nostre vite, è qualcosa che tutti abbiamo vissuto e che dobbiamo sperimentare proprio come sentiamo la tristezza o la felicità – a volte abbiamo bisogno di sperimentare la tristezza per sapere cosa significa felicità! Cosa può allora fare il paziente con acufeni per combattere lo stress: soprattutto camminare, parlare e mangiare più tranquillamente. Lasciare l’orologio a casa. Guidare l’auto in modo consapevole e più lento. Ascoltare attentamente la musica. Raccogliere o trascrivere vecchi ricordi positivi. Visitare un buon amico. Sorridere di più. Essere più consapevole di più amichevole con le persone che incontriamo. Mantenere il controllo in circostanze fastidiose. Esprimere al proprio partner e ai figli i propri sentimenti. Ritirarsi in determinati momenti. Visitare un museo o una galleria d’arte. Identificare le cattive abitudini ed eliminarle. Offrire un piccolo regalo a qualcuno che ti sta caro.

Esiste una dieta per gli acufeni?

Non esiste una dieta specifica per l’acufene che possa eliminare il rumore dell’orecchio! Tuttavia, una sensazione corporea sana e corretta contribuisce in modo determinante a sviluppare un atteggiamento positivo nei confronti della vita e quindi a far fronte a un acufene cronico. Anche per questo fastidioso disturbo è in ogni modo importante è che i cosiddetti “veleni del piacere”, cioè l’alcol, la caffeina e la nicotina siano evitati in modo assoluto!

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ACUFENI : cause e rimedi

I disturbi della circolazione possono causare acufeni?
La perfusione dell’orecchio interno con la coclea è regolata nel nostro corpo in modo molto preciso ed è largamente indipendente dall’influenza della pressione sanguigna. Gli esperti ora sono sicuri che si tratti solo in casi particolari di disturbi circolatori puri. L’assunzione di compresse che promuovono la circolazione è quindi considerata oggi spesso priva di significato. Nel caso di un vero disturbo circolatorio, è probabile che solo una terapia sia in grado di fornire ossigeno nutriente all’orecchio interno: l’ossigenoterapia iperbarica.
Ci sono radiografie per spiegarci l’origine del nostro acufene?
Se vi è il sospetto di un acufene di origine organica dall’esame clinico, vengono utilizzate tecniche di imaging molto specifiche che possono rappresentare direttamente o indirettamente le strutture delle vie uditive centrali. Imaging si avvale innanzitutto della risonanza magnetica (RM). Usando questo studio, che non espone il paziente ai raggi X, ma si basa sulla misurazione dei campi magnetici, è ora possibile visualizzare i tessuti sia nel cervello ma anche nel resto del corpo in modo molto preciso, fino a una risoluzione di meno di 1-2 mm. Questo studio è eccellente per rilevare anche piccoli neurinomi acustici che possono crescere nel condotto uditivo interno. Gli ultrasuoni possono essere indicati  specialmente in caso di rumori  sincroni con il polso, quando è necessario ricercare le ostruzioni nel flusso. A tale scopo, l’ecodoppler é l’ideale per la prima diagnosi. L’angiografia può essere un approfondimento utilissimo in tutti i casi in cui la prova di una alterazione nel flusso sanguigno viene rilevata durante l’ecografia, il sistema vascolare deve essere visualizzato utilizzando una radiografia dei vasi sanguigni, un’angiografia che può mostrarci ciascun singolo rametto del flusso sanguigno. In questo studio, un catetere viene inserito in un grande vaso sanguigno e vengono iniettati mezzi di contrasto. Una rappresentazione molto precisa del nostro albero vascolare può essere però ottenuta anche senza l’uso di cateteri, mediante uno speciale esame di risonanza magnetica, la cosiddetta angio-MRT.
Quali sono farmaci abbiamo a disposizione per il trattamento dell’acufene?
La pillola, che semplicemente “spegne”un rumore dell’orecchio, non è stata ancora inventata. Molti farmaci sono efficaci soprattutto in speciali forme di tinnito, ma non influenzano la sua origine o le sue cause. Sono in corso molte ricerche e alcune metodiche si sono rivelate incoraggianti. Sulla base dell’ipotesi che i disturbi circolatori siano tra le cause principali nello sviluppo degli acufeni, i medicinali che favoriscono la circolazione sono usati principalmente nel trattamento acuto. Sempre più frequentemente però questo meccanismo è messo in discussione. I farmaci usati qui sono in parte vasodilatatori, in parte quelli che migliorano le proprietà del flusso del sangue. Per ottenere un effetto rapido e intenso, le sostanze sono somministrate in forma di infusioni. Con l’acufene cronico, una tale terapia con lo scopo di migliorare la circolazione non ha più senso. Sono quindi utilizzati farmaci che possono intervenire nei processi di trasmissione dell’udito nell’orecchio interno e nel cervello. Una valutazione dello specialista può contribuire in modo determinante alla guarigione dell’acufene.
Che cosa consigliano i medici?
A tutti i pazienti diciamo: “anche se trovassi il silenzio assoluto, il tuo rumore dell’orecchio sarebbe sempre presente e ti sembrerebbe addirittura più forte”. Distraiti per evitare la cronicizzazione! Goditi la giornata! Non spegnere i  dispositivi che producono suoni! Metti una sveglia sul tuo comodino o una fontanella con un flusso di acqua nella camera da letto. Evita il silenzio! Ascolta tranquillamente la musica di sottofondo durante il giorno e prima di addormentarti. Ascolta i suoni della natura, come il canto degli uccelli o il fruscio delle foglie. Non ascoltare te stesso se l’acufene è ancora lì! Esegui il diario degli acufeni (soprattutto all’inizio della malattia può essere utile). Divertiti: visita gli amici. Vai al cinema o un concerto. Regalati un weekend di benessere.
Qual è la terapia nella fase acuta?
Talvolta può essere necessario un trattamento in regime di ricovero, specialmente quando è presente un disturbo dell’orecchio interno e già questo prevede flebo per diverse ore al giorno (da 3 a 6 ore). Soprattutto in certi casi si rende necessario un attento monitoraggio ospedaliero (ad esempio in caso di diabete).
Qual è il trattamento dell’acufene cronico?
Il medico deve sempre porre le seguenti domande specifiche: Quanto ti dà fastidio l’acufene? Ce la fai a conviverci? Nonostante il paziente, ovviamente, voglia eliminare il rumore dell’orecchio, deve chiedersi quale significato abbia acquisito il tinnito nella sua vita e, soprattutto, se e in che modo il rumore dell’orecchio influisce sulla sua vita sociale, sulla sua felicità e sul suo lavoro. In molti casi, a questa domanda il soggetto risponde che è sopportabile. Molti sopportano il loro acufene tanto da non venirne più minimamente disturbati. Se il paziente però soffre  particolarmente e la qualità della vita è influenzata negativamente, si rendono necessarie ulteriori misure. In linea di principio, l’intervento deve coprire le seguenti aree: psicologia, stile di vita, sport, nutrizione, sonno, igiene, terapia di rilassamento (in particolare per la gestione dello stress). Le linee guida sugli acufeni propongono le seguenti opzioni di trattamento: nessuna terapia nella maggior parte dei malati che hanno ricevuto sufficienti informazioni e suggerimenti attraverso la consulenza sull’acufene e una eventuale consulenza psicologica, essi saranno in grado di affrontare il loro disturbo senza usare farmaci. Potrà poi essere introdotta una integrazione con terapia farmacologica nel caso di una diagnosi medica, l’indicazione di apparecchi acustici e / o mascheratore del tinnito, una psicoterapia (nel caso di. ansia o depressione) o tinnitus retraining therapy eventualmente combinato con farmaci psicotropi.

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ACUFENI: perché

Le nostre orecchie sono attive 24 ore al giorno. Nei giorni nostri il silenzio assoluto ci appare addirittura anormale L’orecchio è il primo organo sensoriale pienamente sviluppato e funzionante già nel grembo materno ed è l’ultimo a spegnersi con la morte! Se nel corso della nostra vita non usiamo il nostro sistema uditivo con parsimonia, l’udito svanirà come la carica di una batteria. I sovraccarichi acustici si accumulano nell’orecchio per tutta la durata della vita.

 

Perché compare lacufene?

I rumori molesti, fischi, fruscii che percepiamo nel silenzio sono causati da una moltitudine di possibili situazioni e patologie.

In una grande maggioranza dei casi si tratta di un danno alle cellule ciliate. Queste ciglia sono, per così dire le antenne delle cellule del senso dell’udito. Esse si trovano nell’orecchio interno, dove abbiamo oltre 1 000 000 di parti meccaniche in movimento! Il danno alle cellule ciliate è frequentemente causato dal rumore. Il rumore cronico, ma anche quello acuto derivante ad esempio da esplosioni, portano a danni diretti di queste parti meccaniche. Un traumatismo acustico è una delle cause più comuni di rumori acuti o cronici dell’orecchio.

Disturbi nell’area dei canali ionici. Un alterato afflusso di sodio o di potassio nella cellula ciliata può portare a una reazione anomala e quindi alla produzione di rumori da parte dell’orecchio. Perché si può arrivare a un disturbo di questi canali, non è ancora sufficientemente chiarito. Una causa, tuttavia, sono le intossicazioni dell’orecchio interno, dovute talvolta da alcuni farmaci, tra cui anche l’aspirina in dosi elevate.

Danni alle pompe ioniche. Le piccole pompe sul lato delle cellule ciliate sono anche sensibili alle tossine cellulari. Queste includono alcuni farmaci, ma anche molto probabilmente dai cosiddetti “veleni del piacere”come la nicotina. Un disturbo della motilitàdi queste cellule. La corretta contrazione della cellula se investita da uno stimolo sonoro è cruciale per il nostro udito. Il meccanismo motorio della cellula pilifera non solo migliora la percezione del suono, ma consente anche a ciascuna delle 48.000 cellule ciliate di trasmettere il proprio segnale al cervello. Questo meccanismo rende possibile per noi riconoscere certi segnali in mezzo ad una giungla di suoni che ci circonda. Nella sala da concerto, questa capacità ci consente di distinguere i singoli strumenti.

Disturbi della trasmissione del segnale al nervo uditivo (sinapsi). La ricerca dei disturbi patologici nell’ambito della trasmissione sinaptica, non solo sull’orecchio interno, ma anche nel cervello, è attualmente in pieno svolgimento.

 

 

 

 

 

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Come vanno somministrate le soluzioni saline nasali ai bambini?

Sovente mi accorgo che la maggior parte dei medici prescrive soluzioni saline nasali, ma non si sofferma a sufficienza nella spiegazione delle modalità di somministrazione. Vanno quindi chiarite le modalità corrette per somministrare gocce saline nasali soprattutto a neonati, bambini piccoli e bambini più grandi.

Quando i bambini soffrono di raffreddore, influenza o allergie, le gocce nasali sono uno strumento efficace per alleviare la congestione. Sono composti principalmente da una soluzione salina, che provoca la contrazione dei vasi sanguigni nel naso  (decongestioni) e la diluizione del muco (mucolisi) e riduce il gonfiore della mucosa che riveste i seni paranasali che si stanno sviluppando proprio in questo periodo della vita. Alcune gocce nasali possono contenere anche  altri principi attivi, come steroidi, disinfettanti, vasocostrittori e molte altre sostanze attive sulle mucose con cui vengono a contatto. Presupposto fondamentale, però è che vengano utilizzate secondo modalità molto precise, che sovente il medico non specifica adeguatamente.

Nel caso di un lattante, ci si deve lavare le mani con acqua e sapone. Va verificato il dosaggio appropriato del contagocce nasale. Il bambino va cullato sul braccio sinistro. Se il naso del bambino è completamente bloccato dalla congestione, si può utilizzare una peretta di aspirazione nasale per rimuovere il muco che ostruisce il nasino. Il contagocce va posizionato appena oltre l’apertura del naso del bambino. Si spreme delicatamente il bulbo del contagocce fino a somministrare il dosaggio richiesto.

Il piccolo va poi tenuto nella stessa posizione per cinque minuti per consentire alle gocce di fluire all’interno del naso. Se il bambino inizia a tossire, va mantenuto in una posizione più eretta. E’ consigliabile al termine di risciacquare peretta e boccetta con acqua tiepida.

Con i bambini più grandi la chiave del successo è la cooperazione. Premiare il bambino quando collabora può essere determinante per rendere questa esperienza meno spiacevole per tutti. Gli va proposto di soffiare bene il nasino e coricarsi. Andrà avvisato che sentirà le gocce in gola e che non si deve spaventare, ma rimanere supino per cinque minuti. Può naturalmente alzarsi in caso di tosse, ma resistere alla tentazione di soffiare nuovamente il naso per qualche minuto.

La prima volta soprattutto è fondamentale che tutto si svolga tranquillamente, e le somministrazioni successive sarà molto meno traumatizzanti.

Gli effetti collaterali possibili possono includere: naso che cola, starnuti, bruciore, o secchezza nasale.

L’attenzione ad una igiene corretta aiuta a prevenire  questi effetti collaterali: lavare e asciugare sempre il contagocce ogni volta che viene usato il farmaco e non condividere mai contagocce nasali tra i bambini evita la diffusione di infezioni.

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troppo rumore!

Tutti noi siamo disturbati quando ci troviamo in presenza di un rumore troppo forte. Ma le persone con perdita uditiva anche lieve, hanno orecchie particolarmente sensibili e non possono tollerare livelli anche normali di rumore. L’udito ipersensibile (iperacusia) è più comunemente associato a una perdita dell’udito. Molti di noi hanno sperimentato il modo in cui le persone anziane ti chiedono di parlare, ma poi, dopo un po’ dicono: “non gridare! Non sono mica sordo”.  Questo fenomeno è tipicamente un problema per le persone che soffrono di sordità neurosensoriale, mentre non disturba le persone che soffrono di ipoacusia trasmissiva. Man mano che invecchiamo, il numero di cellule ciliate e fibre nervose responsabili della percezione di suoni nell’orecchio interno si riduce. Anche la capacità di valutare diverse intensità del suono è compromessa. Per compensare ciò, vengono reclutate e attivate tutte le fibre nervose superstiti per ottenere un volume quasi massimo. Di conseguenza, anche suoni abbastanza moderati possono sembrare insopportabilmente rumorosi. 

La gamma dinamica é la possibilità di sentire dai sussurri fino ai rumori assordanti degli aerei con escursioni di 140 decibel e oltre. Per avere un’idea di quello che é la dinamica del nostro orecchio, in un ipotetico confronto tra i suoni che percepiamo e la capacità visiva, se l’occhio avesse la stessa dinamica saremmo in grado di leggere un quotidiano a distanza di 50 metri. Con il passare degli anni si riduce sia la capacità visiva, quanto quella uditiva, ma non in maniera lineare, si riduce la acutezza visiva per vicino e quella uditiva per i suoni piú acuti.

Nell’anziano e nella maggior parte degli ipoacusici percettivi, la gamma dinamica viene compressa: la differenza tra il suono piú lieve che percepiamo e quello piú forte é minima. Quando una persona soffre di perdita dell’udito e deve usare gli apparecchi acustici, questi non devono sovraccaricare l’orecchio con un suono troppo amplificato. I recenti apparecchi acustici hanno un “picco di taglio” che deve attenuare i suoni che, se troppo forti, disturberebbero ulteriormente il nostro udito. Si tratta in particolare di un controllo automatico del volume entro limiti ben stabiliti e variabili per ogni particolare situazione in cui il soggetto si viene a trovare.

Recenti ricerche hanno dimostrato che in molti casi l’uso del rumore, applicato all’orecchio da un generatore di rumore bianco, può aiutare. Per questo motivo alcune protesi di ultima generazione sono predisposte per produrre suoni o rumori anche nel silenzio. Proprio questi apparecchi risultano particolarmente utili nei pazienti con acufeni disturbanti. 

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IL NASO DI KATE

C’è quello a sella, a patata, alla francese, aquilino, greco, insomma almeno 40 sono i principali tipi di naso più comuni. Riconosciamo razze umane diverse dalla forma del loro naso, perché questa protuberanza si dimostra piuttosto costante e caratteristica nelle diverse etnie. Il perché di tale diversità é molto dibattuto e va ricercato nelle diverse linee evoluzionistiche della specie umana. La principale funzione del naso e delle cavità nasali é quella di “condizionatore” per l’aria che respiriamo, in maniera che questa raggiunga le vie respiratorie inferiori nelle condizioni ideali per lo scambio dell’ossigeno con il sangue. Questo suggerisce che le diverse lunghezze e forme della piramide nasale siano il risultato dell’adattamento a diversi tipi di esigenze climatiche. Un gruppo di scienziati in Illinois ha confrontato la larghezza delle narici e la misura delle “ali” nasali, con la distribuzione delle temperature, della umidità relativa ed assoluta. Le razze originarie di luoghi con climi freddi e secchi presentano per lo più cavità nasali più strette rispetto a coloro che originano da zone con climi caldo-umidi.

Arslan A. Zaidi della università di Pennsylvania sostiene peraltro che questo sia solamente una spiegazione semplificata di un processo evoluzionistico molto più complesso, che probabilmente vede in gioco altri elementi tutt’altro che secondari come ad esempio la selezione sessuale.

Il naso perfetto? Quello di Kate Middleton, la duchessa di Cambridge con il suo angolo di 106 gradi presenta proporzioni perfette. Non solo quindi Kate ha il guardaroba più ambito, i capelli e i denti che fanno invidia, ambitissimi occhi verdi, ma è anche la titolare del naso più desiderabile in Gran Bretagna. Non a caso il numero di donne che chiedono ai chirurghi estetici di rendere il proprio naso più simile a quello di Kate è triplicato dal 2011.  La psicologa Carmen Lefevre, specializzata nello studio delle caratteristiche del volto, sostiene: “La simmetria del naso di Kate, l’angolo tra il labbro e la punta del naso e la quantità minima di narice in mostra, sono tutti quasi perfetti”.

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Quand’è l’ultima volta che hai dormito bene?

Che cos’e` l’apnea ostruttiva del sonno (OSAS)? Come viene diagnosticata l’apnea del sonno?

La sindrome delle apnee ostruttive del sonno (OSAS – Obstructive Sleep Apnea Syndrome) è un disturbo comune che si manifesta con temporanee interruzioni della respirazione durante il sonno. Si verifica quando i muscoli della gola non riescono a mantenere aperte le vie aeree e ne causano l’ostruzione. Le pause della respirazione possono durare da pochi secondi ad oltre un minuto e possono manifestarsi fino a 30 e più volte in un’ora. La gravità dell’apnea ostruttiva si calcola sulla base del numero di episodi di apnea per ora di sonno. Il nostro cervello, per risposta, ci sveglia per un brevissimo momento consentendoci di respirare di nuovo. Questi eventi ripetuti di apnea impediscono di fatto di raggiungere o mantenere gli stadi più profondi del sonno, causando un elevato livello di stress all’organismo e la temibile sonnolenza diurna.

La mancanza di sonno può determinare molti effetti, apparentemente estranei al bisogno di dormire ma in realtà strettamente legati ad un sonno qualitativamente e quantitativamente non adeguato: aumento di peso, mal di testa, disturbi della memoria, sbalzi d’umore e calo della libido. Inoltre, è ormai riconosciuto che la mancanza di sonno determina rendimenti inferiori alle aspettative e la eccessiva sonnolenza che ne deriva aumenta sensibilmente il rischio di incidenti alla guida o sul lavoro.  Le apnee non trattate possono aumentare il rischio di pressione alta, di infarto, di ictus, di obesità e di diabete. Inoltre possono aggravare l’insufficienza cardiaca ed aumentare la probabilità di aritmie (battiti cardiaci irregolari).

La polisonnografia ambulatoriale ha rappresentato finora l’unica opzione possibile per accertare l’esistenza di apnee del sonno e spesso richiede il ricovero per una o più notti. Inoltre, un test del sonno ambulatoriale può essere costoso e divenire stressante per il paziente, sia per la complessità dell’esame che per l’ambiente non familiare in cui si esegue.

 

WatchPAT, invece, può essere utilizzato nel comfort della propria casa, consentendo di preservare il più possibile le condizioni abituali di sonno e permette di ottenere agevolmente dati rilevanti sia sul sonno che sul respiro notturno. Lo specialista, sulla base di diversi parametri e considerazioni tra cui i risultati del test del sonno, potrà identificare il trattamento più idoneo al tuo caso. Le OSAS possono essere oggi trattate con successo, con diverse metodiche che vanno dalle modifiche allo stile di vita, agli apparecchi orali (Oral Devices o MAD), ai dispositivi per la respirazione (CPAP), fino all’intervento chirurgico. Questi trattamenti aiutano il paziente a ripristinare una respirazione normale durante il sonno, riducendo gli stress per la salute e migliorando la qualità della vita.

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Naso che cola? Non sempre si tratta di raffreddore

Il cosiddetto “naso dello sciatore”, cioè il naso che cola quando ci si espone al freddo, deriva da un meccanismo di difesa delle prime vie aeree. Una breve pedalata in bicicletta, un colpo di aria fredda ed ecco il naso inizia a gocciolare un liquido trasparente, acquoso. Non va interpretato come muco o catarro, si tratta per lo più di una breve, innocente  rinite indotta dal freddo. L’aria fredda e secca che ci entra nelle narici, stimola i nervi sulle pareti laterali del naso  e questi inviano l’informazione al nostro cervello, che  reagisce aumentando il flusso di sangue nel naso. I vasi sanguigni si dilatano proprio allo scopo di rendere molto più calda la zona. Il naso si ricopre al suo interno di muco liquido in modo da trasferire umidità all’aria che entra e lo attraversa.  In un giorno di freddo noi possiamo produrre quasi mezzo litro di liquido sulle pareti del nostro naso per assicurare questa funzione. Per ottenere questo  effetto la mucosa del naso si mantiene comunque più fredda del resto del corpo, anche perché deve fare evaporare il muco per umidificare l’aria in entrata. L’aria secca é tra l’altro in grado di attivare le cellule del sistema immunitario.

La perdita di acqua dalle narici è però anche legata alla reazione di condensa al passaggio di aria fredda.  Anche il vapore che risulta da questo processo si aggiunge al muco prodotto, e fuoriesce in maniera incontrollata dalle narici.

Quello che definiamo più propriamente raffreddore é invece una infezione delle cavità nasali. È infatti necessaria la presenza di un virus che “sregoli” questo sofisticato sistema di riscaldamento, depurazione, umidificazione che il nostro naso ci assicura.

Ad ogni modo i metodi per ridurre il gocciolamento sono molteplici: l‘olio di eucalipto ad esempio, ha un effetto decongestionante sulle mucose nasali soprattutto se irritate e può naturalmente arrestare il naso che cola. Possono essere utilissime le inalazioni caldo umide come i classici suffumigi uniti a questa sostanza balsamica. Qualche goccia di eucaliptolo su un fazzoletto,  puó costituire un rimedio comodamente disponibile anche in viaggio. In alternativa, soprattutto nei bambini, vale la pena di diluire l’olio di eucalipto con un po’ di olio di oliva e applicarlo sotto il naso sul labbro superiore.

Anche basilico e timo sono rimedi casalinghi con accertata attività  antibatterica e antivirale che aiutano  rapidamente nel caso di un naso che cola acutamente.  Si possono masticare anche più volte al giorno delle foglie di basilico fresco in maniera che i vapori raggiungano il naso. Come rimedio naturale per il naso che cola si é dimostrato efficace l’olio di basilico. Messe alcune gocce di olio essenziale in un bicchiere d’acqua e usate come lavaggio nasale per irrigazione sono di notevole sollievo. Gli alimenti poi che aiutano a drenare il muco nasale più rapidamente sono inoltre zenzero, cipolle, aglio e peperoncino.

Una dieta sana e varia ricca di vitamine e minerali, in particolare la vitamina C, rafforza il sistema immunitario e previene lo sviluppo di infezioni.

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NON DORMIRE BENE PUÓ COSTARE LA VITA

I colpi di sonno alla guida sono causa di più della metà (56%) degli incidenti in autostrada, e del 22% di tutti gli incidenti stradali. Il russamento e le apnee notturne rappresentano uno dei principali motivi della sonnolenza diurna, causa diretta di più di 200 morti e 12mila feriti l’anno solo in Italia.

Il Decreto italiano del 22 dicembre 2015 – che recepisce la Direttiva Europea 2014/85/UE del 1° luglio 2014 – stabilisce, tra le altre cose, i requisiti necessari per il conseguimento e il rinnovo della patente di guida per chi è affetto dalla sindrome delle apnee ostruttive del sonno (OSAS – Obstructive Sleep Apnea Syndrome). Secondo la legge, chi soffre di apnee notturne di grado moderato o grave potrà ottenere o rinnovare la patente solo se sussistono precise condizioni, in quanto le apnee notturne “determinano una grave ed incoercibile sonnolenza diurna”, che aumenta il rischio di incorrere in incidenti stradali.

La patente, peraltro potrà essere rilasciata anche alle persone affette da OSAS moderata o grave, a condizione che dimostrino un adeguato controllo dei sintomi con relativo miglioramento della sonnolenza diurna. In caso contrario la patente non potrà essere rilasciata né rinnovata. Questi provvedimenti si prefiggono come scopo principale quello di garantire una maggiore sicurezza sulle strade, diminuendo le situazioni di rischio causate dall’eccessiva sonnolenza alla guida, tipica di chi soffre di OSAS.

Oggi le terapie per combattere le apnee notturne sono molteplici e permettono ai pazienti di trarne di un beneficio immediato, rendendo più sicura la loro guida e, soprattutto, di gran lunga migliore la qualità della loro vita.

L’OSAS è una malattia da non sottovalutare: chi ne soffre ha, tra l’altro, un rischio maggiore di sviluppare ipertensione arteriosa, infarto o ictus cerebrale, oltre ad obesità e diabete.

Attraverso un esame non invasivo denominato Polisonnografia è possibile diagnosticare varie patologie che mettono a rischio il sonno e di conseguenza la salute, per poter poi trovare la cura più adatta.

La polisonnografia è un esame del tutto non invasivo, non vengono utilizzate sonde né aghi ecc, ed è sempre ben tollerato dal paziente che dovrà sopportare soltanto la presenza di qualche cavo e sensore sul corpo durante la notte. Per mezzo dei nuovi polisonnigrafi portatili è possibile eseguire facilmente l’esame presso la propria abitazione senza dover pernottare in ospedale, permettendo un sonno più naturale nel proprio ambiente domestico. Il polisonnigrafo viene posizionato in ambulatorio la sera dell’esame e registra diversi parametri vitali durante la notte; la mattina successiva il paziente riporta in ambulatorio l’attrezzatura per permettere la refertazione dell’esame.

Il polisonnigrafo registra infatti durante il sonno il flusso d’aria del naso e della bocca, l’intensità’ sonora del russamento il movimento del torace e addome, la posizione del paziente nel letto.

L’esame di questa polsinonografia dinamica viene refertato  e puó essere presentato alla visita di rinnovo patente.

È importante la consapevolezza di non rischiare la propria e altrui incolumitá a causa dei famosi colpi si sonno, che sono la conseguenza della sindrome e che le assicurazioni non risarciscono. Basta un semplice esame per poter essere tranquilli.

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COSA CI DICE IL MUCO SULLA SALUTE DEL NOSTRO NASO?

Muco, moccio, candela. Chiamatelo come vi pare, resta comunque una cosa che tutti abbiamo sperimentato.

Quindi, anche se può essere disgustoso soffiare il catarro nel fazzoletto, il muco in realtà svolge una funzione estremamente importante nel nostro naso e non solo.

Chi lo descrive molto bene é Jonathan Hern, otorinolaringoiatra presso il Frimley Park Hospital, a Camberley, nel Surrey.

“Il muco è prodotto nel naso e nei seni paranasali e si muove in direzioni predefinite dai seni nasali verso il naso e poi alla gola, quindi viene inghiottito” dice. “Pertanto si forma un tappeto continuo di muco che viene prodotto, mantiene il naso e la gola umidi, favorisce l’umidificazione dell’aria che respiriamo attraverso il naso, per farla giungere nei polmoni satura di acqua”.

Hern dice che il mondo del muco è ancora più affascinante al microscopio: “Osservando al microscopio la struttura di rivestimento del naso e dei seni nasali, si osservano cellule che producono muco: le cellule caliciformi. Sulla loro superficie si trovano ciglia, simili a piccoli peli che battono in modo coordinato. ”

Di tutto ciò non siamo consapevoli, finché non ci capita il primo raffreddore. “Se hai il raffreddore, il muco viene prodotto in eccesso”, dice Hern. “Puoi allora avvertirlo nel naso e nella gola, è proprio lì che si accumula.”

Una secrezione particolarmente abbondante fa parte della naturale risposta del corpo a un raffreddore. “Fa tutto parte di una risposta infiammatoria acuta: questa vede aumentare la circolazione sanguigna nel naso e nei seni e aumenta la produzione di muco allo scopo di creare una barriera protettiva per cercare di liberarsi dell’infezione virale.

I percorsi del drenaggio dei seni paranasali sono decisamente stretti e contorti. Quindi se si accumula all’interno troppo catarro esso tende a rimanere bloccato nei seni paranasali, ecco perché ti senti completamente ovattato quando hai il raffreddore, non stai effettivamente eliminando il muco come dovresti e perciò si sta accumulando nei seni nasali e intasando cavità nasali “.

“Nello stato di salute normale è davvero tanto il muco prodotto: oltre un litro al giorno, quindi una quantità piuttosto significativa”, afferma Hern. Inoltre ne produciamo molto di più quando abbiamo il raffreddore. “Ma non è solo il volume che è importante, è anche la sua consistenza”, afferma Hern. Il muco sano ha determinate caratteristiche. “Per lo più è chiaro, sottile e acquoso e consente alle ciglia di muoversi, durante il raffreddore diventa denso, appiccicoso e viscoso, è spesso troppo per far sì che le ciglia si detergano, quindi si accumula nel naso e nei seni paranasali. Può diventare quindi molto denso, colorato e di odore sgradevole e portare a sintomi importanti”, afferma Hern. Il raffreddore si puó monitorare anche dalle variazioni del colore del muco.  Dice Hern. “quando hai un’infezione virale spesso il muco si ispessisce e spesso è giallo”.

A volte poi diventa verde. “I pazienti spesso pensano a questo punto di aver sviluppato un’infezione batterica, ma non è necessariamente così: può talvolta essere verde anche se si tratta solo di un’infezione virale.

“Questo è una interpretazione piuttosto comune tra i pazienti e spesso anche tra i medici, che sovente prescrivono antibiotici se il paziente presenta un muco viscoso molto verde”. Gli antibiotici vanno usati per trattare le infezioni batteriche, non quelle virali come il raffreddore o l’influenza. Gli specialisti otorinolaringoiatri fanno uso di uno strumento chiamato endoscopio per esaminare il naso e i seni paranasali. “Con la sinusite batterica, il più delle volte, il secreto è bianco.” Il muco da raffreddore è di solito solo un disturbo lieve e di breve durata. Tuttavia, il Dr. Hern sostiene che alcuni pazienti presentano catarro cronico, gocciolamento nasale, muco nel naso e nella gola “che prosegue, giorno dopo giorno, senza tregua”.

Per problemi come questi, i consigli della nonna sono ancora molto efficaci: “Cerchiamo di far detergere il naso con acqua salata ai pazienti in modo che riducano la densità (viscosità) del muco.”

Questo aiuta a far tornare il flusso del muco alla normalità. “L’irrigazione nasale salina ha sempre un effetto molto benefico”.

Si raccomandano inoltre suffumigi (fumenti) o fumigazioni caldo umide, recipienti di acqua bollita con aggiunta di soluzione salina, o vasi Neti. “è un trattamento vecchia scuola che ha avuto di recente un certo risveglio.”

Per i pazienti con problemi sinusali da molto tempo: “I decongestionanti, in generale, non sono utili.” Non vanno infatti utilizzati oltre i 5-7 giorni, pena l’insorgenza di una rinite medicamentosa.

Spray steroidei nasali sono piú maneggevoli e costituiscono una eccellente opzione in molti casi. Quindi, a dispetto del fatto che “fa schifo”, il muco svolge un ruolo di enorme importanza.  “Probabilmente”, ci dice Hern. “La gente non si rende conto che ha una funzione protettiva nel mantenere il naso e la gola belli e umidi, molti di noi non si accorgono nemmeno che questo processo di trasporto del muco sta avvenendo”.

Ci sono peraltro anche alcune condizioni in cui i paziente non producono il muco nasale: nella  rinite chiamata atrofica. “Questi pazienti hanno un sacco di problemi: il loro naso diventa estremamente secco e crostoso”.

In conclusione: “Nessuno apprezza  i benefici del muco nasale e sinusale, ma quando si sviluppa una patologia, ci si accorge della sua presenza, per questo ha assunto una nomea negativa.”

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IL REFLUSSO SILENTE

Il reflusso faringo-laringeo è una condizione simile al reflusso gastro-esofageo. Queste entità si presentano quando il contenuto dello stomaco risale lungo le vie già percorse dal cibo ingerito. I sintomi nei due tipi di reflusso possono essere talvolta molto diversi. Mentre nel reflusso esofageo sono presenti i classici sintomi dominati dalla sensazione di bruciore al torace ed allo stomaco, questi possono non essere presenti nel reflusso faringolaringeo. Ecco perché questo è anche definito “il reflusso silenzioso”. A  ciascuna delle estremità dell’ esofago c’è un anello muscolare che fa da valvola, detto sfintere. Questa struttura ha lo scopo di mantenere il contenuto dello stomaco al suo interno. Quando il contenuto acido dello stomaco risale fino alla gola e alla laringe o addirittura alla parte posteriore delle cavità nasali che non sono protette,  causa un’infiammazione.  I sintomi possono comprendere: raucedine, tosse cronica, broncospasmo e asma, respirazione rumorosa con apnee nel sonno, disturbi alimentari, calo di peso. Negli adulti il reflusso faringo-laringeo si manifesta con gusto amaro in bocca, sensazione di bruciore nella parte posteriore della gola e il più delle volte sono confusi con altre malattie. I sintomi più comuni comprendono anche: raucedine, tosse persistente, senso del corpo estraneo in gola ma anche scolo di catarro retrofaringeo, deglutizione frequente, disturbi respiratori, infiammazione alla gola. Il reflusso silente è frequente nei neonati perché il loro sfinteri sono in fase di sviluppo, l’esofago è più corto e per la maggior parte del tempo giacciono in posizione distesa. Nei piccoli pazienti il reflusso faringo-laringeo se non curato può causare stenosi sottoglottica, ulcere da contatto, infezioni ricorrenti dell’orecchio medio, versamenti timpanici e otiti croniche. Negli adulti questa situazione è stata addirittura considerata potenziale causa di cancro della faringe e laringe. A livello polmonare può essere responsabile di asma, enfisema, bronchite.

La diagnosi di reflusso silente viene effettuata in base alla storia clinica del paziente, all’esame clinico e soprattutto alla valutazione endoscopica che consente di visualizzare la gola con uno strumento flessibile. Vi è poi la possibilità di monitorare l’aciditá con un catetere attraverso il naso in grado di rilevare l’attività nelle 24 ore.

Il trattamento del reflusso nei bambini prevede di consigliare pasti piccoli e frequenti, mantenere la posizione verticale per almeno 30 minuti dopo l’alimentazione, farmaci, più raramente interventi chirurgici.

Nell’adulto è necessario che il paziente cali di peso se necessario, sospenda il fumo, eviti l’alcol e limiti soprattutto alcuni alimenti come cioccolata, menta,  grassi, agrumi, bevande gassate, prodotti piccanti o a base di pomodori, vino rosso e caffeina .

È importante l’igiene alimentare che prevede di smettere di mangiare almeno due-tre ore prima di andare a letto, elevare la testata del letto di almeno 10 cm., evitare di indossare abiti stretti intorno alla vita, usare la gomma da masticare per aumentare la saliva e neutralizzare l’acido.

Esistono poi diversi farmaci all’occorrenza e, nei casi che non migliorano possono essere necessari interventi chirurgici specifici.

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Qual è l’odore del Natale?

Ognuno di noi ha un ricordo olfattorio del Natale appena trascorso. Chi lo rivive nell’aroma della cannella, altri dei biscotti, ma anche la cera delle candele o la resina dell’abete possono riportarci con le loro fragranze alle feste dei giorni scorsi. Il senso dell’olfatto è indissolubilmente collegato alla memoria, e recenti ricerche suggeriscono che i ricordi evocati dall’odore siano più forti di qualsiasi memoria, anche di quella innescata ad esempio dalla musica. Rispetto a questa, gli odori riescono a suscitare più del doppio delle immagini che conserviamo nella nostra memoria.

L’olfatto è uno dei cinque sensi che aiuta  noi esseri umani a vivere meglio. Questo senso, però, per certi versi, risulta molto meno sviluppato rispetto alla maggior parte degli animali. Ciò è forse dovuto al fatto che non dipendiamo da esso per sopravvivere, nutrirci, cercare partner, ecc. Tuttavia, l’olfatto resta il più sensibile dei nostri sensi. Solo una infinitesima quantità di materia è sufficiente per stimolare le sensibilissime cellule olfattive.  Oltre alla respirazione, il naso consente a diversi odori di penetrare dall’esterno e, grazie ai recettori olfattivi situati nelle sue cavità, percepire, sentire e differenziare i vari odori.

Piccolissime molecole di odori, sotto forma di composti chimici che galleggiano nell’aria, raggiungono le narici e si dissolvono sulle mucose nasali. Una volta sciolti, i composti agiscono chimicamente sui recettori olfattivi che ne rilevano le differenze. L’attivazione di questi recettori genera, nel primo dei 12 nervi cranici, impulsi nervosi che vengono inviati direttamente al bulbo olfattivo e da lì alla corteccia cerebrale (dove avviene la “sensazione” ).

Nel bulbo olfattivo, i recettori sensoriali responsabili della trasmissione dei messaggi dei profumi, inviano le informazioni a due aree fondamentali: il lobo frontale e il sistema limbico. Il lobo frontale è responsabile del riconoscimento dell’odore. Dall’altra parte, il sistema limbico è legato alla memoria e alle emozioni. Quando riceve gli impulsi nervosi dei profumi, scatena forti emozioni basate su esperienze precedenti perché questa parte del nostro cervello dà accesso a memorie situazionali, ma anche di persone o luoghi correlati alle sensazioni olfattive percepite.  Questo sistema risulta molto sensibile, soprattutto ai cattivi odori. Grazie alla struttura del nostro naso, siamo in grado di percepire i cattivi odori in concentrazioni inferiori rispetto agli odori buoni. Ma perché l’olfatto è sensibile a questi odori sgradevoli? Fondamentalmente, perché è un tratto adattativo, poiché la percezione dei cattivi odori è legata a due emozioni fondamentali che favoriscono la nostra sopravvivenza: disgusto e paura. La percezione di un cattivo odore provoca quasi immediatamente un comportamento di evitamento: l‘olfatto innesca una risposta di combattimento o di fuga che aiuta la nostra sopravvivenza.

Perché l’olfatto è così legato ai nostri ricordi? La sensibilità alla percezione degli odori, unita alla nostra capacità di associare gli stimoli, consente al nostro senso dell’olfatto un legame diretto con la nostra memoria. L’odore del pane di una panetteria ci stimola l’appetito, l’odore del mare ci ricorda l’estate, l’odore del caffè ci fa pensare alla colazione e in definitiva facciamo inconsapevolmente un’infinità di associazioni tra diversi odori e ricordi.

Uno studio recente della Rockefeller University di New York ha dimostrato che le persone possono ricordare il 35% di quanto annusano, rispetto al 5% di ciò che vedono, il 2% di ciò che sentono e l’1% di quello che toccano.

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Wann haben Sie das letzte Mal gut geschlafen?

Die Diagnose von schlafbezogenen Atemstörungen ist heute einfacher denn je.

Die obstruktive Schlafapnoe gehört mit zu den häufigsten Volkskrankheiten. Eine obstruktive Schlafapnoe wird häufig durch einen Kollaps der oberen Atemwege aufgrund einer ungenügenden Muskelspannung während des Schlafes begünstigt. Während dem Schlaf kommt es hierbei zu häufigen und länger als zehn Sekunden andauernden Atemstillständen. In schweren Fällen treten mehr als 30 Atemstillstände pro Stunde auf. Durch diese Atempausen sinkt der Sauerstoffgehalt im Blut dramatisch ab. Das hat auf die Dauer Folgen für die vitalen Funktionen und Organe wie Herz und Gehirn.

Die mehrfachen Atemaussetzer werden von den Betroffenen nicht unbedingt bemerkt, jedoch verhindern sie einen erholsamen Schlaf. Häufige Symptome und gesundheitliche Konsequenzen können: Bluthochdruck, Herzinsuffizienz, Diabetes, Schlaganfall, koronare Herzerkrankungen, Herzrythmusstörungen, Tagesschläfrigkeit, Kopfschmerzen, Depressionen, Übergewicht, Leistungsabfall im Alltag und Konzentrationsstörungen sein.

Zur Erkennung einer obstruktiven Schlafapnoe wird in der Regel eine Untersuchung in einem Schlaflabor durchgeführt. Dabei wird eine sogenannte Polysomnographie (PSG) vorgenommen, bei der die physiologischen Funktionen während des Schlafes unter Aufsicht überprüft werden. Mit dem PSG kann eine Schlaf- Atmungsanalyse bequem und sicher zu Hause oder während eines stationären Aufenthalts durchgeführt werden. Die bequeme Art der Messung erlaubt eine Datenerfassung unter normalen Umständen und damit eine Beurteilung des persönlichen Schlafverhaltens ohne störenden Einfluss von außen.

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QUALITÁ vs. QUANTITÁ

Farmaco, medicina, droga, tossico, veleno, in molte lingue sono sinonimi, ma se si passa dal primo termine all’ultimo ci si spaventa. Anche la prima parola, che leghiamo soprattutto con: cura, rimedio, terapia, balsamo, conforto, consolazione, talvolta si accompagna a termini estremamente contraddittori, trasformandolo dal rassicurante “farmaco salvavita“ al più temibile “farmaco killer”.
Queste differenti interpretazioni giustificano la netta suddivisione culturale che vede su lati opposti il fondamentalista, che rifiuta di far vaccinare i figli ed il malato immaginario, che assume compresse in abbondanza ma senza necessità.
Inoltre si sviluppano continuamente nuovi farmaci, ci ammaliamo però sempre di nuove malattie. La EBM (medicina basata sulle evidenze cliniche) conferma che i farmaci che vengono prescritti, nella maggior parte dei casi risultano inefficaci, inutili e talora dannosi.
Anche gli operatori della sanità scarseggiano. In molti paesi avanzati e anche nella nostra provincia, si cercano medici. Ma un aumento dell’offerta in sanità non comporta, lo sappiamo, né la riduzione dei tempi di attesa per le prestazioni, e nemmeno il miglioramento della salute in generale.
Il premio Nobel per l’economia 1998, l’indiano Amartya Kumar Sen, critico analista dell’economia del benessere, ha dimostrato come lo sviluppo economico non coincide con un aumento del reddito ma con un aumento della qualità della vita. In sanità questo si conferma poiché più uno stato spende per la salute, più i cittadini si considerano più malati di quanto non lo siano. Ciò comporta che dobbiamo spostare la nostra attenzione soprattutto in questo settore, dalla quantità alla qualità.
1000 italiani hanno 4 medici a disposizione, lo stesso numero di greci è assistito da 6,29 dottori, in Austria i medici per 1000 abitanti sono 4,9 in Germania 4,05 e in Svizzera 4,04. Conviene sempre avere molti medici a prescindere, o é meglio il “pochi ma buoni”?
Meditiamo sulle parole di Hegel che sosteneva: ”la quantità è la qualità divenuta negativa”.

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COPRITI, PRENDERAI UN RAFFREDDORE!

Nel suo “dizionario della stupidità”, l’arguto matematico Piergiorgio Oddifreddi sostiene che è una stupidaggine pensare che il raffreddore sia causato dal raffreddamento, come risulterebbe evidente dal nome che gli é stato dato alla fine del cinquecento. In realtà nella lingua inglese il nome di questa virosi è addirittura sinonimo di freddo (cold = freddo = raffreddore).
Il raffreddore è la malattia umana più diffusa al mondo che, colpendo circa 1 miliardo di persone l’anno, costringe a centinaia di milioni di visite e fa spendere miliardi di euro in farmacia.
Esiste quindi una relazione fra il mal di gola, gli starnuti e la tosse con la stagione invernale? Infettivologi del calibro di Segal Maurer del New York Hospital Queens, sostengono che infagottarsi, eccedere con i vestiti caldi, proteggersi mani collo e orecchie e quasi perdere il contatto con l’ambiente può essere controproducente se il clima non lo richiede. “Quando inizia a fare freddo tutti noi corriamo al chiuso, passando ore e ore in casa dove l’aria è riciclata.”
E quindi tutta colpa del freddo? I dati sono piuttosto contrastanti anche se la visione generale suggerisce che in realtà l’effetto sia indiretto, in quanto le basse temperature favoriscono la concentrazione di molte persone in spazi chiusi e quindi aumentano il rischio di contagio. Studi sperimentali hanno dimostrato che la durata dell’esposizione al freddo non influenza l’infezione.
Il freddo però in qualche modo c’entra, come ci diceva già la nostra nonna. Adesso sappiamo che le basse temperature riducono la motilità delle ciglia del nostro albero respiratorio e quindi è più difficile espellere particelle ed agenti infettivi. Inoltre le basse temperature riducono la funzione dell’immunità innata mentre il calore aumenta l’attività dell’immunità acquisita cioè quella responsabile della produzione di anticorpi come avviene in risposta ai vaccini.
Certamente il prolungarsi di un periodo in assenza di precipitazioni e quindi la grande esposizione ad inquinamento e polveri, vede ricorrere moltissimi concittadini allo specialista, soprattutto bambini ed anziani a causa di virosi respiratorie.
La prima raccomandazione é quella di ricorrere all’uso di un umidificatore. Se sia preferibile un umidificatore a nebbia fredda o a vapore caldo é una domanda che le mamme spesso si pongono. L’aumento di umidità giova alla congestione del raffreddore, indipendentemente dal tipo di umidificatore, anche perché l’aria che raggiunge le vie respiratorie basse vi giunge comunque alla stessa temperatura. Se a curare il raffreddore ci pensa il tempo, a noi il compito della prevenzione.
Per ridurre il rischio del contagio è bene lavare le mani frequentemente. Se si ha il raffreddore è importante evitare di frequentare posti affollati per non contagiare gli altri. Consigliabile il brodo di pollo che oltre a dare quel sollievo che una comune bevanda calda può portare, sembra essere uno dei cibi che effettivamente combatte le infezioni virali, accelerandone la guarigione. Sempre valida la buona e salutare spremuta di arancia e un bicchiere di latte caldo col miele prima di andare a dormire.

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cocktail party a effetto

La popolazione anziana cresce esponenzialmente prevalentemente nei paesi occidentali ma non solo. Infatti L’OMS ne prevede il raddoppio planetario entro il 2050 con il raggiungimento di 2 miliardi di over 65enni. L’Italia parte già da una posizione di testa, essendo la prima nazione per popolazione anziana in Europa, seconda solo al Giappone sul pianeta. La crescita si associa ad un parallelo aumento degli ipoacusici, delle varie forme di demenza e di conseguenza degli ipoacusici con demenza. Con l’invecchiamento si assiste a una disfunzione della cosiddetta “elaborazione uditiva centrale”. Non si tratta di non sentire, ma piuttosto di difficoltà a capire le parole di chi si rivolge a noi se altre persone parlano contemporaneamente o ci sono rumori di fondo. Questo é stato definito “effetto cocktail party”. C’è chi sostiene che una misurazione dell’elaborazione uditiva centrale, associata all’esame audiometrico dopo i 65 anni puó essere un ragionevole predittore di situazioni anche gravi come demenza o malattia di Alzheimer. «Un grave deficit uditivo può di aumentare fino a cinque volte il rischio di sviluppare demenza — sottolinea Alessandro Martini, direttore del Dipartimento di Neuroscienze e organi di senso dell’Ospedale universitario di Padova — . Le cause di questo legame sono ancora poco chiare, ma è certo che l’identificazione precoce dell’ipoacusia e la riabilitazione uditiva possono fare la differenza».

L’elaborazione centrale può essere disturbata però anche nei bambini. In questi casi si osservano difficoltà a comprendere la voce in ambienti rumorosi, riconoscere la provenienza dei suoni e distinguere suoni simili. A volte i bambini possono comportarsi come se soffrissero di una perdita dell’udito, spesso chiedendo ripetizioni o chiarimenti. A scuola,  possono presentare difficoltà con l’ortografia, la lettura e la comprensione delle informazioni presentate verbalmente in classe. Secondo uno studio della Columbia University, il nostro cervello elabora tutti i tipi di suono che le nostre orecchie percepiscono (quindi i segnali arrivano tutti alla corteccia uditiva), ma solo quelli su cui ci concentriamo raggiungono anche le aree del cervello coinvolte nell’elaborazione del linguaggio e nel controllo dell’attenzione. I suoni su cui non prestiamo attenzione, invece, non raggiungono la nostra consapevolezza.

Soprattutto nell’anziano, questa capacità di focalizzazione sui suoni che ci interessano si indebolisce sempre più. Non si tratta quindi di una semplice perdita di udito, bensì di una insufficienza dell’attenzione. Gli anziani perdono questa attenzione selettiva con la conseguente diminuzione della capacità di seguire un discorso in una stanza piena di suoni. Questo fenomeno si manifesta precocemente in quegli individuo che tendono maggiormente a un decadimento intellettivo precoce.

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A TAVOLA LA PREVENZIONE DELL’ALLERGIA

Un ambito dell’otorinolarinoiatria che negli ultimi decenni si é dimostrato particolarmente dinamico é stato quello della rinologia. Il trattamento di un grande numero di malattie del naso e delle prime vie respiratorie é stato rivoluzionato e semplificato negli anni ’70 dallo sviluppo di cortisonici sempre più maneggevoli e con scarsissimi effetti collaterali. Si può essere ottimisti e ipotizzare un’ulteriore evoluzione positiva dei trattamenti nasali per merito delle acquisizioni piú recenti. Ciò si rende particolarmente urgente oggi, in quanto negli ultimi vent’anni, solo in Italia, i bambini allergici sono più che  triplicati, passando dal 7% al 25%.    Entro i tre anni sono più comuni le allergie alimentari (latte, uovo, grano), con la crescita prevalgono quelle ad acari e pollini, e nell’adolescenza quelle ai pollini degli alberi e alla frutta secca. Possiamo ragionevolmente sperare che entro un decennio si potrà trattare il raffreddore allergico in un modo che non avrà alcun impatto negativo sulla qualità della vita dei nostri pazienti piccoli e adulti. Saremo in grado di trattare già le madri incinte con i probiotici o modificare il patrimonio genetico dei microorganismi nasali (microbioma) nei neonati a rischio, per evitare lo sviluppo di allergie. E in ogni caso potremo rendere più efficace l’immunoterapia non solo nel trattamenti dei sintomi, ma per impedire nuove sensibilizzazione e lo sviluppo di forme più gravi o di asma. In un prossimo futuro ci si può aspettare che la maggior parte dei nostri interventi chirurgici per sinusite sarà sostituita in modo efficace da un trattamento medico ambulatoriale o  con dispositivi nanotecnologici a rilascio progressivo e lento di farmaci, posizionati direttamente nel naso o nei seni paranasali, quindi localmente e ad alti dosaggi, molto mirati sulla patologia,  e se ciò risultasse insufficiente, potremo usufruire di anticorpi monoclonali.  Si ipotizza per il  futuro anche un semplice trapianto di microbioma, in grado di eradicare i batteri pericolosi dal naso e seni paranasali.

Sebbene le prove non siano ancora definitive, le recenti linee guida dell’organizzazione mondiale delle allergie: la World Allergy Organization (WAO), raccomandano l’uso dei probiotici per la prevenzione primaria dell’eczema nelle madri in gravidanza e in allattamento dei neonati ad alto rischio di sviluppo delle allergie. I probiotici si sono dimostrati efficaci, poiché aiutano a rinforzare le difese immunitarie nei bambini attraverso il cordone ombelicale e attraverso il latte materno. Anche in chi ha giá sviluppato una rinite allergica,  gli stessi probiotici sono in grado di alleviare i sintomi come ostruzione e “gocciolamento” nasale e la diminuzione di alcuni segnalatori dell’allergia nel secreto nasale (IgG), conferma la loro efficacia.

La WAO ha identificato tre strategie per cui va prevista l’integrazione della dieta con probiotici come integratori, uno di essi può essere lo yogurt ma anche latte o cereali fermentati. Sono indicati soprattutto nelle donne in gravidanza, particolarmente nel terzo trimestre, nelle mamme che allattano al seno ma anche nel lattante alimentato artificialmente dopo lo svezzamento. Tali raccomandazioni valgono dai 6 ai 24 mesi di età, ma possono estendersi fino ai sei anni.

Probiotici naturali si trovano in abbondanza nei cibi fermentati come i nostri crauti.  Dobbiamo cercare un posto nel nostro menu anche allo yogurt e ai formaggi fermentati. In farmacia, inoltre si possono reperire molti farmaci e integratori contenenti elevate concentrazioni di fermenti lattici.

 

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I noduli dei cantanti

Quando si sviluppano i noduli sulle corde vocali,  va ricercato qualcosa di sbagliato nelle tecnica del canto. La raucedine è il primo indice che un cantante sta adottando una tecnica inappropriata. Va inizialmente  consigliato un periodo di completo riposo vocale, cioè sospensione del canto, della comunicazione parlata  e del sussurro per 4-7 (a volte 10) giorni, dopo il quale spesso i noduli scompaiono spontaneamente. Di solito questo è il metodo più veloce per risolvere questo problema. Ci si deve anche affidare ad un logopedista esperto di canto che consiglierà esercizi in grado di ridurre l’effetto dei noduli sulla voce o in grado di farli scomparire. Questo è di solito un processo più lungo. Il fonochirurgo se i noduli non regrediscono propone un’operazione per la loro asportazione  in anestesia generale. Circa dieci giorni dopo l’intervento, le corde vocali sono guarite. Il cantante non deve parlare o cantare per tutto questo periodo.

Qualunque sia il metodo utilizzato, è importante che il cantante apprenda la tecnica corretta in modo da evitare di danneggiare la voce in futuro. Per questo si propone in quasi tutti i casi la tecnica a “sandwich”: logopedia, chirurgia, logopedia.

È meglio prevenire danni prima che la voce venga abusata e diventi rauca. Se la voce è tesa, le corde vocali hanno bisogno di riposo!

Proprio come per le vesciche causate dalle calzature nuove, la laringe ha bisogno di riposo perché il gonfiore scompaia. Più si prolunga l’irritazione, più persistenti saranno i danni sul margine cordale. Per sbarazzarsi di una bolla sul tallone va dato al piede un adeguato periodo di riposo senza indossare le scarpe strette che hanno causato il problema. Allo stesso modo vanno trattate le corde vocali. Non parlare, lasciare riposare la voce e trascorrere qualche giorno senza voce senza dire una sola parola – scrivere note al mondo-.

Per lo più si raccomanda un periodo di riposo totale per alcuni giorni, a seconda delle caratteristiche dei noduli. Per riposo totale si intende NON PRODURRE UN SINGOLO SUONO! Non bisogna sussurrare perché potrebbe affaticare la voce anche di più che parlare normalmente. Assolutamente non raschiare la gola.  Molti scoprono che è in realtà non parlare può rivelarsi un’esperienza preziosa. Permette infatti di scoprire un lato completamente nuovo di sé.

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miofunzionale

La deglutizione atipica

Una deglutizione corretta é il risultato di una raffinatissima collaborazione tra molteplici strutture cerebrali nervose e muscoli estremamente complessi e sofisticati. Sono stati descritti atti deglutitori già  nel feto, durante la vita uterina che si evolvono fino all’età adulta sulla base del cambiamento della nostra struttura nel corso dello sviluppo.

Si distinguono fondamentalmente tre modelli principali: la deglutizione infantile, quella mista ed infine quella adulta. La maggiore caratteristica di questa evoluzione si ha nell’atteggiamento della lingua che nella prima fase si trova in posizione bassa, in costante contatto con il labbro inferiore. Questo atteggiamento risulta il più “economico” e preciso per un efficiente allattamento al seno. In una fase successiva, quando, attorno ai due anni di età compaiono i primi incisivi, ed inizia la alimentazione con cibi solidi, la mandibola deve essere stabilizzata maggiormente per azione della muscolatura masticatoria, la deglutizione inizia a modificarsi. Con il raggiungimento poi di una dentatura completa, si passa alla deglutizione adulta. La lingua assume una posizione più alta, in contatto con il palato. In questa posizione di riposo la lingua non esercita pressione sulle arcate dentarie, le labbra chiudono correttamente e la respirazione è nasale. Il passaggio ad una deglutizione adulta richiede alcuni mesi di adattamento con l’assunzione di un atteggiamento misto prima di arrivare spontaneamente a quella definitiva.

Se si sfugge da questo schema si verificano le deglutizioni “atipiche”.

Senza rendercene conto deglutiamo mediamente due volte ogni minuto quando siamo svegli e una volta ogni minuto nel sonno e ciascun atto esercita una forza di circa 1 800 grammi per un totale di 3 600 000 grammi di pressione nelle 24 ore. È facilmente immaginabile la conseguenza di tale pressione se, come avviene nella deglutizione infantile, la lingua la concentra sui denti incisivi.

L’esito più evidente é la cosiddetta malocclusione a “morso aperto”, la  lingua sporge tra i denti, la respirazione é quasi sempre orale, il labbro inferiore perde forza, la pronuncia può risultare alterata, ostacolo al miglioramento del linguaggio.

Il trattamento ortopedico-ortodontico va integrato con una riabilitazione  logopedica precoce.

La terapia prende il nome di miofunzionale e risulta necessaria per riabilitare la corretta posizione linguale. La durata prevede diversi mesi di esercizi condotti da logopedisti preparati con lo scopo di ottenere la chiusura del morso anteriore, una riduzione dell’inclinazione degli incisivi superiori e un controllo della crescita più armonica delle ossa mascellari e del volto.

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Il naso: il nostro radiatore.

Perché un naso storto allo stesso modo, disturba in maniera molto diversa le diverse  persone che ne soffrono?

La prima parte del nostro apparato respiratorio é un vero e proprio organo, deputato a preparare l’aria che scenderà nei polmoni, modificandola al suo interno e rendendola perfetta per un corretto scambio di ossigeno con i tessuti. Al termine di un percorso di pochi centimetri l’aria respirata ha una temperatura, un’umidità e una purezza quasi costante, sia che ci troviamo in inverno in mezzo al traffico di Toronto,  sia su una incontaminata spiaggia delle Maldive in estate.

Il naso può essere considerato come un sistema di scambio termico in cui si trovano due “fluidi” a contatto termico non diretto: l’aria inspirata eia sangue nei vasi sinusoidi dei turbinati.

Tutti noi, inconsapevolmente analizziamo l’aria dopo il percorso nasale e, se uno dei parametri (flusso, temperatura, purezza, umidificazione) non rientra nella normalità, ci sentiamo il „naso chiuso“.

Dopo molti anni di esperienza, posso affermare che molto spesso i pazienti che si lamentano del loro “naso chiuso” sono quelli col naso più libero, ma in cui l’eccesso di flusso non consente questa trasformazione dell’aria.

È chiaro che la sensazione di quantità di aria viene equivocata con la qualità dell’aria che raggiunge i polmoni.

L’aria nelle cavità nasali deve necessariamente transitare in un flusso laminare per essere elaborata, non necessariamente abbondante.

Per questo i pazienti con il „naso chiuso“ non sono tutti uguali, ma va indagato il motivo di questa sensazione che é preferibile definire in base alle caratteristiche dell’aria alla fine del suo percorso nasale.

I motivi che per lo più trasformano questo flusso laminare in correnti turbolente si realizzano in tutte le situazioni in cui viene alterata la anatomia delle fosse nasali: alterazioni all’imbocco delle narici, cioè nel vestibolo nasale, più spesso deviazioni del setto, ipertrofia dei turbinati e ancora presenza di polipi nasali o ancora tumori del naso e dei seni paranasali.

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Elderly man sorting daily medication into a pill box.

Compliance o aderenza?

Cosa intendiamo in medicina col termine inglese di compliance? In italiano potremmo tradurla con aderenza, cioè la misura in cui i pazienti aderiscono al trattamento proposto.

«Su 100 pazienti ipertesi in Italia, sono solo 58 ad essere aderenti al trattamento. Per quel che riguarda altro genere di patologie, su 100 pazienti sono 45 a seguire le cure indicate dagli specialisti» ad affermarlo é Luca Degli Esposti, economista e Presidente di Clicon Srl (azienda specializzata in analisi economiche in campo clinico).

Tra i più attenti alle prescrizioni ci sono soprattutto gli appartenenti alle classi più ricche, ma anche i disoccupati. La aderenza minore si rileva nelle zone rurali e dove gli spostamenti sono più difficili.

«Un’elevata aderenza ai farmaci, oltre a consentire il successo delle terapie farmacologiche, permette al sistema sanitario di risparmiare costi e sanare bilanci. Con terapie assunte costantemente e in maniera opportuna, si evitano complicanze e ospedalizzazioni. In questo senso in Italia c’è un ampio margine di miglioramento».

«In questi termini, esistono varie stime a livello europeo – aggiunge il Presidente – fatte con una variabilità nei risultati che indicano tutte, allo stesso modo, quanto l’aderenza alle terapie sia decisiva nell’ambito di una sostenibilità di sistema».

In altri termini ascoltare il propio medico ci conviene: ci curiamo in modo migliore e più economico per noi e per il sistema sanitario. La conclusione di Degli Esposti é: «I dati ci possono aiutare perché se da un lato suggeriscono che l’aderenza è bassa, dall’altro mostrano che, viceversa di alcuni farmaci si fa un abuso inappropriato. Quindi sì all’aderenza e no all’eccesso – conclude -. Una buona aderenza vuol dire anche togliere farmaci che non vuol dire ‘togliere salute’ ma, anzi, tutelarla».

Ricordiamo che un atteggiamento positivo nei confronti della malattia e la fiducia nel curante e nel trattamento proposto sono i cardini su cui poggia la compliance e la guarigione del paziente.

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La posizione prona é in grado di prolungarci la vita?

Favorire la posizione “di pancia” in pazienti nei quali risulta particolarmente importante controllare le vie aeree e creare le ottimali condizioni per migliorare l’ossigenazione é una pratica di uso comune negli ospedali di tutto il mondo. Sono numerosi gli studi che confermano che l’osigenazione migliore si ottiene assumendo a letto la posizione prona, soprattutto in confronto con quella supina.

Se estendiamo questo concetto a coloro che respirano con difficoltá durante il sonno, risulta importante la terapia posizionale notturna per la maggior parte dei russatori e soprattutto per quelli, in cui la sospensione del respiro comporta vere e proprie prolungate apnee notturne. La presenza di questi disturbi del ritmo respiratorio é responsabile di sonnolenza diurna, ipertensione, cardiopatie ischemiche, disturbi sessuali e moti altri sintomi. Si é molto sviluppata la ricerca in questo campo e molto frequentemente si riescono ad individuare gli individui a rischio.

Risulta ad esempio obbligatorio un approfondito studio del sonno per escludere le apnee, pena il mancato rinnovo della patente di guida.

Moderni sistemi di correzione della posizione durante la notte si sono rivelati molto efficaci nel ridurre il russamento, sopprimere le apnee notturne e garantire un sonno profondo e riposante. Quando è necessario quindi indurre una posizione desiderata durante il sonno, possiamo avvalerci di appositi materassi e cuscini, ma anche apparecchiature elettroniche in grado di rilevare la posizione non desiderata e, con una leggera vibrazione indurre il paziente a ciricarsi sul verso migliore per la respirazione.

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LA GUERRA SUBDOLA

Le armi sonore e ultrasoniche (USW) sono armi di vario tipo che sfruttano il suono per ferire, neutralizzare o uccidere un nemico. Alcune di queste sono attualmente in uso o in fase di studio e sviluppo da parte di forze militari e di polizia. Sono state descritte come granate o proiettili sonori, mine acustiche o cannoni sonori. Per lo più  generano un fascio concentrato di suono.

Esistono diverse armi sonore ad alta potenza (SW) che utilizzano onde acustiche come infrasuoni, ultrasuoni ma anche toni udibili. Poiché sono armi che dirigono il suono su un bersaglio, e il suono è energia, possono essere considerati generatori di energia acustica.

Queste armi producono sia effetti psicologici che fisici. Esse comprendono dispositivi altamente direzionali che possono trasmettere suoni dolorosi per l’orecchio di un individuo anche a grandi distanze e generatori a infrarossi che possono sparare proiettili acustici a centinaia di metri causando un danno severo al bersaglio.

I generatori di infrasuoni possono evocare emozioni negative come paura, ansia o depressione, nonché sintomi biologici come nausea, vomito, danno dell’organo uditivo, ustioni o morte, a seconda della frequenza e del livello di potenza. Ogni suono comincia a diventare fisicamente doloroso a circa 120 dB, ma anche a livelli più bassi può causare disagio. Sopra i 130 dB diventa insopportabile.

Sia gli infrasuoni come gli ultrasuoni sono in grado di fare entrare in risonanza parti del nostro organismo. La risonanza può essere indotta elettromagneticamente da un generatore di impulsi ad infrasuoni, che può creare un legame, per esempio, con gli organi interni di una persona. Se il livello di potenza è moderato, la persona può provare dolore nell’area del torace. Un aumento del livello di potenza può danneggiare irreparabilmente gli organi interni.

I generatori ad infrarossi e ultrasuoni, chiamati anche emettitori e modulatori VLF, sono armi nate negli anni ’60, costituite da una antenna direzionale che può proiettare a distanza impulsi acustici. Nel 1972 la Francia usava generatori a infrarossi che funzionavano a 7 Hz per utilizzarli sulla popolazione civile.

E nel 1973 la Squawk Box è stata utilizzata dall’esercito britannico in Irlanda del Nord. Si tratta di un’arma direzionale che, puntata sull’obiettivo, produce un danno acustico inviando ultrasuoni di circa 16 kHz.

Nei primi anni ’90 la Russia aveva sviluppato un modulatore VLF da 10 Hz in grado di colpire individui a centinaia di metri di distanza, causando loro dolore, nausea e vomito. Era amplificabile fino ai livelli letali tanto da generare modifiche nelle frequenze cerebrali e causare gravi alterazioni nella chimica del cervello.

Gli infrasuoni hanno la possibilità di percorrere grandi distanze e attraversare facilmente la maggior parte degli edifici e dei veicoli. Normalmente colpiscono le orecchie, ma a livelli di potenza elevata possono essere percepiti con il corpo causando una sensazione di forte vibrazione.

A una intensità tra i 100 e i 140 decibel gli infrasuoni provocano una serie di sintomi biologici a seconda della frequenza e del livello di potenza. Inevitabilmente, maggiore è il livello di potenza, maggiore è il danno. Gli effetti includono: stanchezza, pressione alle orecchie, sfocatura visiva, sonnolenza, squilibrio, disorientamento, vibrazione degli organi interni, dolori intestinali severi, nausea e vomito. I livelli di potenza più elevati possono liquefare le viscere e mettere in risonanza gli organi interni fino a causare la morte. Ad intensità inferiori possono causare: perdita di concentrazione, apatia, tristezza, depressione, paura, ansia e attacchi di panico. “Questo effetto”, ha detto John Alexander nel suo articolo del dicembre 1980, The New Mental Battlefield , “può essere usato per indurre depressione o irritabilità in una popolazione bersaglio”.

Gli ultrasuoni sono caratterizzati da frequenze al di sopra dei 20 kHz. Alcune balene e dei delfini li usano sia per rilevare la loro preda sia come arma per stordirla.

Le armi ad ultrasuoni producono vari effetti a seconda del livello di potenza e della frequenza. Molti sono gli stessi di quelli prodotti da infrasuoni, ma in più possono provocare riscaldamento e ustioni. A seconda della intensità si va da: solletico nella bocca/naso, fastidio, riscaldamento della pelle, nausea, dolori addominali e vomito, fino a ustioni e aumento della temperatura del corpo, anche letale. ”Sulla testa, le ossa del cranio messe in risonanza hanno provocato allucinazioni acustiche”, ha rivelato la Federazione degli Scienziati Americani in un articolo del 1997, Armi Non-letali per operazioni militari diverse dalla Guerra .

Il rapporto FAS del 1997 descrive che gli Stati Uniti hanno sviluppato un’arma basata su questi principi. Il 16 luglio 2002, ABC News ha annunciato in un articolo dal titolo: Sonic Bullets Acoustic Weapon of the Future , che l’esercito americano ha sviluppato un cannone acustico. “Questa nuova tecnologia,” hanno dichiarato, “è probabile che sia in grado di influenzare quasi ogni aspetto della nostra vita, fino a che punto possiamo solo provare a immaginarlo”.

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Nessuno é stonato

L’espressione essere “stonato come una campana” indica che una persona non è intonata e quindi canta note che non corrispondono a quelle corrette. L’origine di questo modo di dire, si dice derivi dal fatto che il suono della campana, se sentito da vicino non è affatto melodioso.

In base a due studi condotti su circa 150 volontari all’Università di Finanza e Management di Varsavia (Polonia) e all’Università di Montreal (Canada), oltre il 90% delle persone sarebbe in grado di cantare con voce intonata.

Esiste comunque una piccolissima parte di popolazione che davvero sembra non azzeccarci con le sette note.

Secondo Simone Dalla Bella, che ha coordinato gli studi, ci sono due categorie di persone stonate: i “sordi alle note”, ovvero chi non è in grado di capire se un suono prodotto da uno strumento o dalla sua stessa voce è stonato oppure no, e i “muti alle note” cioè chi capisce che sta stonando ma proprio non riesce a correggersi. Il motivo di questa incapacità, forse di origine genetica, è però sconosciuto. Lo stesso Dalla Bella conforta sostenendo che anche questi stonati  possono migliorare con l’esercizio e l’applicazione.

Steven Demorest della Northwestern University, sulla rivista: Music Perception riporta: “Nessuno si aspetta che un principiante sappia suonare bene il violino dal primo giorno, perché la pratica è essenziale”, ricorda Demorest, “si suppone che tutti dovrebbero essere in grado di cantare, e per questo chi non ci riesce tende a prenderla sul personale. Noi pensiamo invece che cantando di più si può migliorare”.

Le capacità musicali presentano senz’altro una componente innata, spiega Demorest, ma ci sono prove sperimentali che dimostrano chiaramente come nel canto esista un ampio margine di miglioramento legato all’esercizio: “È un’abilità che può essere imparata e sviluppata, e che dipende in larga parte dall’utilizzare regolarmente la propria voce.  Il nostro studio dimostra infatti che gli adulti che imparano a cantare da piccoli perdono questa capacità, se smettono di allenarsi”. I risultati avrebbero implicazioni importanti nel campo dell’educazione musicale. Essere definiti stonati, ricorda Demorest, può avere un impatto devastante sull’immagine che ha di sé un bambino, ed è un’esperienza che viene ricordata fino all’età adulta, demoralizzando chi la subisce e facendogli perdere interesse nelle attività musicali.

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I PAZIENTI CHE RICERCANO I LORO SINTOMI IN RETE SONO PIÚ INFORMATI?

Mai come oggi i pazienti hanno accesso a un numero enorme di informazioni e quelle riguardanti la salute sono tra le più cliccate in rete. I nostri malati sono passati in pochi anni da “recipienti passivi” a “consumatori attivi” di informazioni riguardanti la salute. Per questo i medici moderni devono equipaggiarsi per rispondere alle aspettative dei clienti che ricorrono a internet per informarsi. Nel campo otorinolaringoiatria la percentuale di persone che hanno consultato la rete prima dello specialista é stata del 16% nel 2000, per crescere al 30% nel 2013 e la tendenza é senz’altro all’aumento. Uno studio recente ha analizzato filmati di YouTube riguardanti la sinusite e ne ha considerati attendibili meno della metà (il 45%), mentre un 27%, non solamente era da considerarsi fuorviante, ma addirittura pericoloso.

Questo contrasta con uno studio irlandese che, valutando 60 siti web riguardanti la chirurgia delle tonsille, del setto nasale e del timpano, nel 94% non ha rilevato inappropriatezze.

Sono soprattutto i più giovani che ricorrono alla rete per cercare di diagnosticare la malattia in base ai sintomi, ma statisticamente non vi é differenza nelle loro conoscenze rispetto a coloro che non hanno frequentato il web. Più che l’origine delle informazioni, pertanto é fondamentale la loro comprensione, da dovunque esse vengano (rete, libri, esperienze passate, conoscenti).

È la nostra responsabilità in qualità di clinici orientare i nostri pazienti verso informazioni attendibili e di qualità, qualunque sia il medium che essi considerano più utile.

 

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FACEBOOK e la pipa

Al Los Angeles County Museum possiamo ammirare quest’olio su tela di Renè Magritte: medico e pittore surrealista. Si tratta del simbolo della sua ricerca più importante: quella cioè sul rapporto che vi è fra immagine e linguaggio.

La famosa pipa? Sono stato rimproverato abbastanza in merito. Tuttavia la si può fumare? No, non è vera, è solo una rappresentazione: se avessi scritto sotto il mio quadro: “Questa è una pipa”, avrei mentito.” (Magritte)

Per apprezzare il senso di quest’opera è necessario osservarla da distanze diverse: da lontano noteremo che la forma della pipa ha maggior forza e il testo rimane secondario. Se ci avviciniamo a pochi centimetri dal dipinto la scritta prende il sopravvento sull’immagine che è diventata ora un semplice insieme di colori su una tela. Quello che abbiamo davanti agli occhi non è una pipa.

Il risultato di questo accostamento fra scrittura e rappresentazione dà origine ad un accostamento fra lettura e osservazione, tra l’oggetto e la sua rappresentazione simbolica. Del resto ce lo conferma anche il celebre aneddoto di Alfred Korzybski: se pensiamo a noci di cocco o porci, nel nostro cervello non ci sono noci di cocco o porci. L’emisfero affettivo o simbolico (il destro) é probabilmente incapace di distinguere il nome dalla cosa designata. Questa distinzione tra ”la mappa e il territorio” avviene nell’emisfero razionale (il sinistro).

Korzybski, padre della programmazione neurolinguistica sostiene che persino una singola parola come “amicizia” acquisisce significati e sfumature completamente diversi per ciascuno di noi.

Un amico in Facebook è quindi un amico? Certo, questa app ha diluito molto il concetto di amicizia e non dobbiamo meravigliarci se all’annuncio sul social di un prossimo suicidio, circa 4000 “amici” non vengono nemmeno sfiorati dal pensiero di preoccuparsi.

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Diabete e perdita uditiva

È a tutti noto che il paziente diabetico, a causa della tossicità dello zucchero nel sangue,  é più soggetto a complicazioni in genere, soprattutto per le patologie che a questa malattia si associano più spesso, come le malattie vascolari, la retinopatia e le neuropatie. Poiché infatti il diabete risulta essere una malattia sistemica, associata a patologie multiorgano, risulta ragionevole indagare se anche l’apparato uditivo ne soffra.

Le prime ricerche per verificare un collegamento tra diabete e sordità non sono state particolarmente incoraggianti. Con l’aumento dei dati in possesso dei ricercatori però, si é verificata una tendenza alla perdita di udito alla frequenza di 500 Hz in molti diabetici. Studi recenti, pubblicati dall'”US National Institutes of Health” hanno confermato che diabetici e prediabetici presentano ipoacusia in percentuale superiore rispetto alla popolazione sana. I dati confermano questa tendenza anche tenendo conto delle altre cause responsabili di danni uditivi come età, traumi acustici acuti o cronici, intossicazione da farmaci. Analoghi studi  delle Tsukuba University Hospital Mito Medical Center quantificano in circa il doppio le sordità nei diabetici. La frequenza e l’entità della ipoacusia, inoltre é molto superiore se i valori glicemici non sono sotto controllo.  All´origine  vi sarebbe una microangiopatia che colpisce la circolazione dell’orecchio interno. Le pareti capillari della coclea in particolare tenderebbero ad ispessirsi ed a ridurre il calibro dei vasi fino alla scomparsa del legamento spirale nei giri superiori della coclea.

È quindi ormai accertato che i pazienti diabetici vanno incontro più facilmente a perdita uditiva bilaterale, neurosensoriale, progressiva, pertanto difficilmente curabile. Le frequenze acute sono maggiormente colpite, poiché percepite nei giri basali della coclea, che sono i più vascolarizzati e quindi più suscettibili nel subire i danni indotti dalla azione dello zucchero sui vasi.

Per questa ragione i diabetici devono essere incoraggiati a tenere sotto controllo i valori glicemici ed a sottoporsi ad uno screening audiometrico possibilmente già in giovane età.

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TELEFONIA RICARICHE SENZA TASSA DI TRAFFICO - Fotografo: AZZARI EMMEVI PHOTO

il cellulare e lo sviluppo di tumori cerebrali

Ha fatto velocemente il giro del mondo la recente sentenza della Tribunale di Ivrea, con cui per la prima volta, già in primo grado, si riconosce l’esistenza di un nesso causale tra radiazioni emesse dal nostro cellulare e l’insorgenza di un tumore al cervello.

L’utilizzo prolungato e continuativo del cellulare, usato senza auricolari né vivavoce, è stato riconosciuto dal giudice di Ivrea Laura Fadda come possibile causa dell’insorgenza di un tumore. La vittima, che ricorreva contro l’Inail, è un tecnico della sede di Torino di una grande azienda di telefonia italiana.  Gli è stato riconosciuto un danno biologico del 23%.

Il nodo della questione é la sussistenza di un sicuro rapporto causa-effetto, tra lo sviluppo di un neurinoma acustico e «l’esposizione professionale alle radiofrequenze emesse da telefoni mobili, da lui utilizzati quattro ore al giorno per almeno 15 anni e per più di 12mila ore complessive. Il rischio sarebbe maggiore per chi ha usato più tipi di telefoni mobili e quando si telefona da un locale fortemente schermato, in particolare quando si è in una autovettura che funge da “gabbia di Faraday” impedendo o comunque rallentando la diffusione all’esterno delle radiazioni prodotte».

Sono facilmente immaginabili gli enormi conflitti di interesse che si associano a una conclusione di questo del genere, interessi che riguardano l’industria telefonica, il Governo, gli Stati. Per importanza, la pronuncia non é meno sensazionale di quelle che investirono l’industria del tabacco negli anni passati.

Stiamo infatti oggi vivendo quella fase d’iniziale consapevolezza circa la potenziale nocività di un prodotto che ciascuno di noi utilizza, spesso in maniera massiccia tutti i giorni. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha stimato alla fine del 2011 in circa sei miliardi le schede cellulari attive su un mercato in costante crescita.

Se si legge bene, peró la motivazione della sentenza, appaiono evidenti numerose imprecisioni giornalistiche apparse sui quotidiani nazionali a maggior tiratura all’indomani del pronunciamento. Nelle conclusioni della sentenza si legge infatti che il tecnico: “abbia utilizzato in maniera abnorme telefoni cellulari nel periodo 1995/2010” . Va sottolineando il termine “abnorme” e si aggiunga che per 7 anni si é trattato di tecnologia ETACS (ora abbandonata) e che, lo ricordiamo tutti,  provocava surriscaldamenti dell’apparecchio e della guancia, poiché ai tempi non erano disponibili le “cuffie” per parlare senza tenere il cellulare vicino al viso.

Il tumore per cui il paziente é stato operato é un neurinoma dell’acustico, quindi un tumore benigno e raro in quanto colpisce dallo 0,7 all’1 per mille dei soggetti. La stampa ha diffusamente parlato di carcinogenesi e “cancro al cervello” in maniera non corretta, né pertinente.

Sempre nella sentenza si ammette la “mancanza di conoscenze su meccanismi d’azione plausibili per un effetto cancerogeno delle radiofrequenze”. Il nesso viene pertanto ridotto da “causale” quanto meno a solamente “concausale”, ridimensionando sostanzialmente la responsabilità delle onde generate dal telefonino. In conclusione quindi si conferma quanto é stato affermato, e cioè che “non c’erano prove che potesse creare un tumore, ma è stato detto che non si poteva anche dire il contrario”.

Questo ci può tranquillizzare solamente in parte, per cui le raccomandazioni dettate dal buonsenso rimangono quelle di usare il telefonino per comunicare in modo essenziale e non sicuramente in modo eccessivo o “abnorme”, tenerlo, quando possibile, lontano dal capo mediante l’utilizzo di cuffiette e viva-voce.

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THE ICEMAN’S VOICE

Thanks to the collaboration with SINTAC, a company that assists me for the neck surgery, we were able to process the data obtained from spiral CT scan, performed at the Hospital of Bolzano, using advanced software for CAD design. From the study and elaboration of these data, an accurate three-dimensional reconstruction was obtained. Similar models, in clinical practice are necessary for the realization of the anatomical replicas used both for the pre-operative study, and for the subsequent fabrication of surgical guides, regenerative and individual dentures membranes. Our aim was to reposition the bones of the mummy’s neck in order to allow a correct reconstruction of the vocal-tract and make a series of measurements, algorithms developed by Prof. Piero Cosi of the: Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione di Padova (“Fonetica e Dialettologia” C.N.R.) in order to produce a series of voice frequencies and harmonic composition of the Iceman’s voice.
The first step was to move virtually the left arm positioning it along the left side of the body and to free the front of the neck, to obtain the location for the execution of the CT as if it were a living being.
We then identified and distinguished the different components of the bony base of the skull, jaw bone, jaw and vertebrae C1 to D1.
Otzi’s hyoid bone is considerably high, backward, rotated and fractured and only a meticulous reconstruction has allowed the correct positioning. We were able to take advantage of the calcified areas of the thyroid cartilage to achieve its correct reconstruction and repositioning. In order to “reposition virtually” the bone structures we rotated the skull and placed it in axis, then closed his mouth, so that the teeth clenched. As for the cervical track, we were able to remove from the DICOM files of the TAC a reference model correctly positioned of an adult male with a body compatible with that of Oetzi. Very carefully and trying to be as precise as possible we aligned the vertebrae of the mummy, overlapping them with precision to achieve the correct posture of the base of the skull and cervical spine of D1 from Atlas column. We thus achieved a very good replication and we were able to compare it to the reference model.
We possessed so all the various reference points for a correct reconstruction of the areas and spaces that are crossed by the voice produced by the vocal chords and issued from his lips. The reconstruction of these spaces and their precise location in relation to the neck bones allowed measurement of their different diameters and lengths. These measurements and these values, were inserted in the algorithms of the Institute of Experimental Phonetics allow the synthesis of a compatible and likely speech product.

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La respirazione nasale: la chiave per una buona salute e gestione dello stress

Ognuno di noi ha sentito almeno una volta la raccomandazione: “fai un bel respiro profondo e calmati”. Ma come respirare: velocemente o lentamente, rumorosamente o silenziosamente, attraverso naso o bocca? Per lo più si tratta di profonde inspirazioni veloci, rumorose, attraverso la bocca e dimentichiamo i suggerimenti di fisioterapisti, logopedisti, istruttori di yoga, psicologi. Per portare il nostro corpo ad una situazione più rilassata dovremmo cercare di respirare lentamente,  leggermente, silenziosamente, attivando il diaframma e non il torace alto. Usare il naso, quindi e non la bocca, respirare per così dire meno, ma meglio.

Il naso non é un semplice tubo al centro del volto, é molto di più, influenza una unfinitá di importantissime funzioni del nostro corpo. Non si tratta solamente di filtrare e riscaldare l’aria che respiriamo, ma anche di sterilizzarla, di aprire le vie respiratorie, di aumentare la captazione dell’ossigeno nel sangue. Dalla nascita il lattante respira attraverso il naso, si tratta di una funzione innata di tutti gli esseri umani. Studi per ci confermano che il 50 per cento dei bambini presenta una respirazione orale obbligata. Decine di migliaia di specie animali respirano a riposo attraverso il naso, ad eccezione dell’essere umano. Il 90% dello sviluppo del volto avviene attorno all’età di 9 anni.  E proprio il modo di respirare del bambino determina il suo aspetto per tutto il resto della vita. L’espressione del respiratore orale é davvero tipica: occhi assonnati, zigomi poco definiti, viso stretto, denti irregolari, naso storto, mandibola arretrata, vie aeree strette. Tutti i respiratori a bocca aperta sviluppano i “denti storti”. Questi si possono correggere con apparecchi ortodontici sempre più efficaci, ma denti dritti non sono il sinonimo di un bel volto, é il bel volto che porta a una dentatura corretta. La pressione esercitata dalla muscolatura della lingua, determina la larghezza del volto. Milioni di persone soffrono di asma, per loro respirare é davvero una attività difficile. Vengono usati farmaci di ogni tipo, ma pochi si preoccupano di consigliare di respirare meno e attraverso il naso. Pazienti, dopo 20 anni di eccesso di respirazione orale in una settimana, respirando meno e attraverso il naso hanno apprezzato miglioramenti inaspettati. Solo così si può modificare la propria circolazione: con la disciplina del respiro. Il respiro influenza la nostra temperatura corporea in pochi minuti,  aumenta la nostra capacità di attenzione, permette un sonno più riposante.

rolandofustos.it

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